NAVAJO
Le storie Navajo su Coyote sono raccontate ai bambini durante le serate invernali perché, si dice, che le creature più pericolose, come ad esempio i serpenti, le lucertole e gli orsi, durante l’inverno vadano in ibernazione; avranno la scintilla col primo temporale primaverile. Coyote è una delle figure mitologiche della cultura Navajo. E’ considerato un semi-Dio e, per questo, serve come messaggero fra le divinità e i Dinè (Gente Navajo). Gli Uomini della Medicina raccontano storie che, comunemente, si riferiscono a cose dette o fatte da Coyote all’inizio di questo mondo (il 5° Mondo), o in uno dei precedenti quattro. Molte di queste storie si riferiscono alle primogeniture di Coyote su certi tipi di comportamento – buoni o cattivi - che gli umani praticano in questo mondo. Quando sta per accadere qualcosa di disdicevole, si dice, che Coyote mandi un segnale di avvertimento, magari interferendo nell’armonia della vita quotidiana della probabile vittima attraversandogli la strada. In altri casi, i suoi precedenti, vengono portati ad esempio come comportamenti da non seguire. Per esempio: Coyote ha rapito il figlio del Mostruoso Essere dell’Acqua perché era rimasto attratto dalla sua tenerezza; dunque: il rapimento è un’azione spregevole perché è stato Coyote il primo a rapire un altro essere vivente.
In principio c’era il Mondo Nero … una massa buia e confusa. Poi, all’inizio, arrivarono le divinità: Primo Uomo e Prima Donna. Arrivarono dai quattro mondi e, Coyote, li ha accompagnati dal primo momento ad oggi.
COYOTE
Fu proprio Coyote a mettere una o due pecore in ogni cortile Navajo.
E proprio perché fu lui a metterle…
da allora…
lui si sente nel giusto se ne ruba una o due per sfamarsi.
Questa è la regola…
dal tempo dei tempi!
Così è detto!
Ma prima che si comprendesse che questa era la legge,
tanto,
tanto tempo fa,
all’inizio del tempo,
la gente mostrò poca tolleranza nei confronti di Coyote,
che fu subito definito Ladro.
“Ma’ii –
gli dissero gli uomini –
riprenditi le tue pecore dal cortile e curatene da solo,
se farai così noi non ti odieremo più e tu potrai saziarti a tuo piacimento”.
“No!
No… cari cugini!
Che orribile pensiero!
Questo non è possibile…
io non saprei neanche come fare.
E poi,
sono sempre in giro e non potrei prendermi cura delle bestie! –
rispose Coyote –
inoltre,
se non ci fossi io a rubarvi le pecore,
voi,
non dovendovi più prendere cura di loro,
diventereste sfaccendati e pelandroni.
Vi scongiuro,
lasciate che le mie pecore restino nei vostri cortili!”.
Questa storia del destino di Coyote spiega perché, a tutt’oggi, Coyote continua a rubare le pecore e a rischiare.
lo scarabeo che caccia l'aquila
mercoledì 9 febbraio 2022
COYOTE
NAVAJO
Le storie Navajo su Coyote sono raccontate ai bambini durante le serate invernali perché, si dice, che le creature più pericolose, come ad esempio i serpenti, le lucertole e gli orsi, durante l’inverno vadano in ibernazione; avranno la scintilla col primo temporale primaverile. Coyote è una delle figure mitologiche della cultura Navajo. E’ considerato un semi-Dio e, per questo, serve come messaggero fra le divinità e i Dinè (Gente Navajo). Gli Uomini della Medicina raccontano storie che, comunemente, si riferiscono a cose dette o fatte da Coyote all’inizio di questo mondo (il 5° Mondo), o in uno dei precedenti quattro. Molte di queste storie si riferiscono alle primogeniture di Coyote su certi tipi di comportamento – buoni o cattivi - che gli umani praticano in questo mondo. Quando sta per accadere qualcosa di disdicevole, si dice, che Coyote mandi un segnale di avvertimento, magari interferendo nell’armonia della vita quotidiana della probabile vittima attraversandogli la strada. In altri casi, i suoi precedenti, vengono portati ad esempio come comportamenti da non seguire. Per esempio: Coyote ha rapito il figlio del Mostruoso Essere dell’Acqua perché era rimasto attratto dalla sua tenerezza; dunque: il rapimento è un’azione spregevole perché è stato Coyote il primo a rapire un altro essere vivente.
In principio c’era il Mondo Nero … una massa buia e confusa. Poi, all’inizio, arrivarono le divinità: Primo Uomo e Prima Donna. Arrivarono dai quattro mondi e, Coyote, li ha accompagnati dal primo momento ad oggi.
COYOTE
Fu proprio Coyote a mettere una o due pecore in ogni cortile Navajo.
E proprio perché fu lui a metterle…
da allora…
lui si sente nel giusto se ne ruba una o due per sfamarsi.
Questa è la regola…
dal tempo dei tempi!
Così è detto!
Ma prima che si comprendesse che questa era la legge,
tanto,
tanto tempo fa,
all’inizio del tempo,
la gente mostrò poca tolleranza nei confronti di Coyote,
che fu subito definito Ladro.
“Ma’ii –
gli dissero gli uomini –
riprenditi le tue pecore dal cortile e curatene da solo,
se farai così noi non ti odieremo più e tu potrai saziarti a tuo piacimento”.
“No!
No… cari cugini!
Che orribile pensiero!
Questo non è possibile…
io non saprei neanche come fare.
E poi,
sono sempre in giro e non potrei prendermi cura delle bestie! –
rispose Coyote –
inoltre,
se non ci fossi io a rubarvi le pecore,
voi,
non dovendovi più prendere cura di loro,
diventereste sfaccendati e pelandroni.
Vi scongiuro,
lasciate che le mie pecore restino nei vostri cortili!”.
Questa storia del destino di Coyote spiega perché, a tutt’oggi, Coyote continua a rubare le pecore e a rischiare.
LA CACCIA DEL CERVO
YAQUI
Gli Yaqui o Yoemem (la Gente), come chiamano se stessi, considerano la Canzone del Cervo la loro più antica forma d’arte verbale. La Caccia del Cervo descrive entrambi i mondi: questo e quell’altro; un mondo dove tutte le azioni del danzatore del cervo hanno un parallelismo in quel mitico posto primordiale che gli Yaqui chiamano Sea Ania (Mondo Fiorito). Il Mondo Fiorito è associato con altri posti spirituali come lo Yo Ania (Mondo Incantato), o lo Huya Ania (Mondo Selvatico). Il Mondo Selvatico è la casa di tutti e due: Saila Maso (cervo) e Yevuko Yoleme (prototipo del cacciatore). Le Canzoni del Cervo descrivono l’equivalenza fra queste due parti reali dell’universo Yaqui. Collegano il mondo polveroso della danza con l’etereo Mondo Fiorito, un mondo visibile e uno invisibile, il mondo che è sempre qui con quello che è sempre di là. I Sewam (fiori) sono le chiavi di questa equazione. I fiori sono tutto ciò che di bello e di buono ci arriva dal Mondo Fiorito. Ogni cosa che è animata, influenzata, o toccata dal Sea Ania può essere definita Sewam. Il palcoscenico, Rama (dallo spagnolo ramada), è fatto con gli arbusti del Deserto di Sonora disposti in maniera da suggerire un’apertura nel deserto; perché si crede che, durante la cerimonia, il Rama diventi il Mondo Fiorito.
Alla fine di ogni canzone è riportata la spiegazione che ne dava la voce narrante
LA CACCIA DEL CERVO
Prima devi solo guardare
Dopo lo troverai, lo troverai
Prima devi solo cercare
Dopo lo scoverai, lo scoverai
Prima devi solo aspettare
Dopo lo prenderai, lo prenderai
Aspetta
Lo prenderai
“Sono risalito da una apertura
laggiù nel piccolo bosco ricoperto di fiori”
Una volta che sarà fuori, lo prenderai
Prima devi solo guardare
dopo lo scorgerai, lo prenderai.
“Prima cercalo con gli occhi” dice la canzone. “Quando emerge dagli arbusti, lo vedrai”. “Cercalo che poi lo troverai” così dicono i cacciatori, i pakkolam .
Allora, i pakkolam escono a caccia. Cercano le tracce dell’animale negli anfratti. Si, negli angoli selvatici più nascosti. Oddio! Non sono proprio angoli selvatici quelli in cui si è al cospetto del rama . I cacciatori cammineranno, cammineranno. Poi, fuori dal luogo selvatico, cercheranno quell’animale. E ancora lo cercheranno e così facendo torneranno al cospetto del rama. Così dice la canzone.
Dove cresce l’agave mescal
Lì ci incontreremo
Immobili e saldi come l’agave mescal
Ci incontreremo lì.
Dove si erge l’agave mescal
Ci ritroveremo
Decisi ad aspettare
Fissi e impassibili come l’agave mescal
Che cresce vigorosa
Dove noi ci siamo dati appuntamento.
“E tu sei incantevole, avvoltoio nero di cielo”
“E tu sei incantevole, avvoltoio giallo di terra ”
noi ci incontreremo
dove si erge il legno bianco e l’agave mescal;
insieme parleremo di questo animale.
L’avvoltoio nero e quello giallo si incontreranno dove si erge un albero bianco. “Quando ci incontreremo parleremo di questo animale” dice l’avvoltoio nero. I due parleranno del cervo che intendono mangiare. Il cervo danzerà per questo. L’avvoltoio nero e l’avvoltoio giallo parleranno insieme tra loro dove si erge l’albero bianco.
Loro appaiono in questo mondo quando vedono qualcosa che giace morto per terra. Loro vivono da qualche parte sopra le nostre teste. L’avvoltoio nero e l’avvoltoio tacchino scendono in questo mondo perché vogliono mangiare. Questo dice la canzone. Loro vogliono cacciare e poi mangiare.
È per questo che parlano del cervo. “Laggiù – dicono – c’incontreremo dove si erge l’albero bianco”. Forse anche l’albero è morto. Aspettano insieme laggiù, sotto il sole che li riscalda. Parlano dell’animale, di dove lo soggiogheranno. Sono loro che lo mangeranno. Stanno aspettando da qualche parte laggiù.
Cercano le tracce
Laggiù intorno
“Prendilo per me”
Seguono le tracce
proprio laggiù
“Prendilo per me”
Annusano l’animale
che si trova nel mondo
“Prendilo per me”
Inseguono la preda
“Prendilo per me”
Laggiù c’è un’apertura
che affaccia sul piccolo bosco ricoperto di fiori
Da lì lui verrà fuori
“Tu lo prenderai per me”.
È laggiù nei paraggi
“Cerca le tracce;
prendilo per me”
“Cerca le tracce, laggiù intorno. Manca poco, lo prenderemo” dice la canzone. “Da un’apertura del piccolo bosco ricoperto di fiori, quando arriverà lì, noi lo prenderemo” dicono i pakkolam. “Una volta uscito allo scoperto lo prenderemo” e con questa strofa la canzone finirà, finirà.
Il cervo sarà ucciso, lì nel rama. Intanto quelli che lo aspettano siedono qui. Aspettano seduti tutti e quattro nascosti dietro un cespuglio. Quando saranno lì fermi ad aspettare, il cantore del cervo intonerà questa canzone. Quando starà per iniziare la canzone, il cervo correrà incontro fra i cespugli proprio ai quattro pakkolam che, nella foga di alzarsi, cadranno in avanti l’uno addosso all’altro. L’un l’altro, gridando, si raccomanderanno di non fare rumore. I pakkolam si prenderanno in giro l’uno con l’altro. Il cervo, alla fine della strofa, urtando contro uno lì seduto, scapperà via. Questa volta i pakkolam, sorpresi e spaventati, cadranno indietro. Proprio quando il primo della fila colpirà e così, quando lui scaglierà la freccia, la scaglierà in alto, in alto nell’aria, e getterà l’arco. Allora, gi altri pakkolam, che sono i suoi figli, diranno “come può un uomo grande fare questo, babbo, papa?” e prenderanno in giro l’uomo. Si faranno gioco del padre!
“Arco, dov’è la mia Freccia ?”
“E’ a Punta Storta”
“E’ a Sperduto ce n’è un’altra”
Così i cacciatori si prenderanno in gioco l’uno dell’altro. E uno dirà “No, non l’uomo chiamato Freccia ma la freccia dell’arco”. E poi si metteranno tutti a cercare la freccia di legno…
“E’ qui la freccia che ti appartiene”.
Intanto il cervo è scappato dal rama. Per cercarlo i cacciatori faranno un giro intorno alla croce sul rama. Il cane li seguirà. Fiuterà e seguirà le tracce. Quando le troverà, abbaierà forte.
“Il cane le ha trovate laggiù”, diranno. Ed il cane, ancora una volta, continuerà la sua corsa dietro il cervo. La canzone dice così.
Vado in un posto
Dove non c’è salvezza
Vedo i miei stessi passi
Dirigersi verso la mia rovina
Vado incontro
Alla mia fine
Vado in un luogo
Dove mi aspetta la morte
So che oltre il bosco
Per me non c’è ritorno
Eppure vado ugualmente
Nel luogo da cui non si può ritornare
Sono risalito da quel buco
E mi trovo nel bosco fiorito
Dove si aggirano questi incantevoli
Uomini freccia
In questo posto non avrò scampo
Eppure ci vado
E’ questa la fine del cervo. Lui è uscito dal suo mondo, ha visto l’apertura e se ne è tirato fuori. “In nessun posto potevo trovare la mia salvezza” dice. “Va bene qui, dove ci sono gli uomini freccia, gli vado incontro” ci dice.
Certo, lui non sa esattamente quello che vuole e quello che desidera. Per questo va dove ci sono loro. “Vado verso la mia rovina” dice il cervo; da un’apertura del bosco selvatico al mondo selvatico. Il cervo parla così. È proprio il cervo a dire questo. Lui è saltato fuori, verso il mondo selvatico. La canzone prosegue.
Sebbene io fossi ben nascosto nel bosco selvatico
Sto correndo fuori
La mia corona di corna mi tradisce
Smuove i rami dei cespugli
Riparato nel fondo del bosco
Ne sono uscito
Ora la mia corona svela la mia presenza
Intricandosi tra i rami dei cespugli
Dal mio rifugio nel bosco selvatico
Ho deciso di venire fuori allo scoperto
E’ tutta colpa delle mie grandi corna
Più alte dei rami dei cespugli
Dove si impigliano
Potrei rimanere nascosto nel bosco
Invece sto correndo fuori
La mia corona di corna svela la mia presenza
Smuove i rami dei cespugli
Il cervo comincia a correre e tenta di nascondersi. Corre verso la prateria. Ma le sue corna agitano la boscaglia. Lui sa tutto ciò che gli sta accadendo e lo racconta. Ed ecco il significato di quello che dice. “Nascosto al sicuro del piccolo bosco selvaggio, sto correndo fuori”, dice. “Le mie corna mi tradiscono. Si vedono muoversi tra i rovi” dice il cervo. Lui sa di avere grandi corna. E la canzone prosegue.
Piccolo bosco ricoperto di fiori, ti vengo incontro
Ti sto parlando
Piccolo bosco di fiori, sto arrivando
E ti parlo
Adesso vado verso il bosco fiorito
E mi rivolgo a lui
Mentre mi incammino laggiù
…attraverso il varco
del piccolo bosco ricoperto di fiori
dietro di me
vedo questi incantevoli uomini freccia.
E’ questo che vedo alle mie spalle
E te lo dico, piccolo bosco fiorito.
Mentre la canzone avanza verso il finale, il cervo continua a correre. E mentre corre parla rivolgendosi al mondo che lo circonda. Scappa, e chiede aiuto al mondo selvatico in cui è caduto. “Piccolo bosco ricoperto di fiori” dice “Sto arrivando da te e ti parlo”.
Il cervo vuole che qualcuno parli per lui. Vuole che il mondo selvatico parli per lui. Come potrà parlare per lui? Non c’è una risposta, la canzone dice solo questo. Quel povero essere vuole che qualcuno abbia la benevolenza di parlare per lui. Il cervo non vuole morire e lo dichiara nella canzone. E la canzone continua.
Voi siete fratelli
Prendete la mira, di comune accordo tra voi
Dopo aver preso la mira
Colpite insieme
Avete lo stesso sangue
Tirate bene e fatelo in accordo tra voi
Annuendo l’un l’altro
Colpite insieme
Mirate, dunque, lanciate
Convinti di colpire
In pace tra voi
Insieme colpite
Io mi trovo lì
Al centro dell’apertura
Sul piccolo bosco ricoperto di fiori
“Stiamo correndo”.
La mia bava diventa fiore
Calpesto polvere che diviene fiore
“Stiamo inseguendo”
Tirate bene, di comune accordo,
tirate tutti insieme.
Questa parte della canzone riguarda i cacciatori che sono impegnati nell’inseguire il cervo. E infatti loro continuano a correre, scagliando contro l’animale le loro frecce. E fanno come i ragazzini quando inseguono qualcosa o qualcuno. “Corrono verso un’apertura del piccolo bosco” dice la canzone. “Correndo come persone che diventano fiore, bava/polvere/fiore” dice la canzone che prosegue: “Tirate bene, di comune accordo” dice “Ricordatevi che siete fratelli”. La canzone dice questo e continua.
Dove stanno lanciando le loro frecce?
Le tirano nel bosco
A cosa stanno mirando?
Stanno mirando all’aria
Cosa stanno colpendo?
Non colpiscono nessuno.
Io mi trovo laggiù
In un’insenatura
Immerso nel bosco coperto di fiori
Con la bava divenuta fiore
Con la polvere diventata fiore
“Stiamo correndo”
dove stanno tirando?
Stanno tirando nel nulla
I pakkolam corrono e cercano di colpire il cervo con le loro frecce. “Ma dove tirano?” domanda la canzone. “Tirano al nulla” risponde. I pakkolam inseguono il cervo ma dentro stanno già cantando. “Laggiù in un’apertura sul piccolo bosco, con la bava diventata fiore, con la polvere diventata fiore, stanno correndo” dice la canzone. Tirano senza colpire. La canzone dice solo questo.
Non volendo morire
Districandosi tra i rovi del bosco selvatico
Non volendo cedere
Divincolandosi tra le sterpaglie del bosco selvatico
Rifiutandosi di soccombere
Correndo tra i rami del bosco selvatico
Non volendo ammettere la sua fine
Sferzato dai fuscelli del bosco selvatico
Io sono laggiù
Correndo nel piccolo bosco coperto di fiori
E cerco di correre
dimenandomi, ferendomi,
ad ogni incantevole cespuglio
non volendo morire
districandomi tra i rovi del bosco selvatico
Il cervo corre verso il mondo selvatico. Volendo salvarsi, lui cerca rifugio nel mondo selvatico e vuole entrarci. “Voglio entrare nel mondo selvatico” dice. “Non volendo morire voglio entrare nel mondo selvatico”, lo stesso cervo dice questo, mentre continua a correre per salvarsi.
Esausto per il troppo correre, adesso rallento il passo
Malgrado la stanchezza continuo a correre
Esausto per il troppo correre, adesso rallento il passo
Cammino dopo aver perso il fiato nella corsa
Nonostante la stanchezza, procedo nella fuga
Esausto dal correre, adesso cammino
Ho corso troppo, adesso cammino
Ho corso troppo ma non mi fermo
La fuga mi ha sfinito
Ma non mi fermo ed avanzo
Rallentando il passo
Io sto camminando laggiù
Lungo un sentiero
Attraverso il piccolo bosco ricoperto di fiori
E continuo a camminare
Con la testa china
Verso la terra
E continuo a camminare
Con la bava alla bocca
Continuo a scappare
Nonostante io sia esausto per il troppo correre
Continuo a camminare
Per salvarmi
“Esausto per il troppo correre” dice la canzone. “Esausto per il troppo correre, continui a camminare”. Stanco, camminando, agitandosi tra i rami estremi alla fine del piccolo bosco, il cervo procede nella sua corsa. Con la testa china verso la terra, con la bava intorno alla bocca, sta camminando. Stanco, camminando, lo stesso cervo si racconta e lo fa in questo modo.
Mai più
Io sarò in questo mondo
né camminerò ramingo
non ci sarò mai più
Io non ci sarò domani
Non camminerò più
Su questa terra
Non ci sarò mai più
Ma cammino ancora
Laggiù
Nel sentiero racchiuso nel piccolo bosco fiorito
Ammetto… l’arco di Yevuku Yelome
Mi ha sconfitto incantevolmente
La freccia di bamboo di Yevuku Yelome
Mi ha vinto meravigliosamente
Mai più la mia ombra
Si poggerà su questa terra
Non camminerò più in questo mondo
E qui il cervo cade. “Mai più io sarò qui, né camminerò ramingo” dice. Il cervo sta per essere ucciso, sta per morire. “L’arco di legno di Yevuku Yelome”, dice. Vuol dire che un arco di legno lo ha sconfitto incantevolmente. “Con l’arco bastone di Yevuku Yelome sono stato sconfitto incantevolmente”. E’ lo stesso cervo a raccontare la sua fine. Lui usa queste parole.
Mentre sta morendo, mentre agonizzante va a morire, dice questo. Come coloro che andando in guerra felici accettano di poter morire sul campo di battaglia, e proprio lì dirigeranno i loro passi , così fa il cervo.
Le mie zampe si trovano sulla mia corona di corna
Ma cosa mi sta succedendo?
Che posizione è quella in cui mi trovo?
Cosa mi è accaduto?
La mia corona di corna è sovrastata dalle mie zampe
Non era mai accaduto questo
Io sto ancora camminando
Laggiù
Lungo il sentiero che attraversa il piccolo bosco coperto di fiori
Ammetto…. L’uomo fiore con il suo arco di legno
Mi ha preso
L’uomo fiore, armato di freccia e bastone divenuto fiore
Mi ha sconfitto incantevolmente
È ancora il cervo a descrivere la sua condizione, mentre viene trasportato. I cacciatori lo hanno ucciso, i pakkolam, gli uomini cacciatori. Io pure uccido i cervi. Ed anch’io metto le zampe sulle corna dell’animale quando devo trasportarlo dopo averlo ucciso. La canzone dice questo. “Le mie zampe sono sulla corona di corna, cosa mi sta accadendo?”. Accade che le sue zampe sono state messe lì dai cacciatori, per permettere un più facile trasporto del corpo. Lui stesso descrive la sua condizione, usando queste parole e cantando la sua tragica vicenda.
È stato ucciso, ucciso da un arco di legno.
Ucciso e preso, ucciso e preso
Lì nel selvatico
Sono stato ucciso e preso
Sono stato colpito infine
Lì nel bosco fiorito
Ucciso e portato via
Mi hanno catturato e trasportato
Colpito a morte e portato via
Yevuku Yelome mi ha sconfitto
incantevolmente
Laggiù
Nel centro del piccolo bosco fiorito
L’incantevole Yevuku Yelome
Mi ha battuto meravigliosamente
Ucciso e preso
Lì nel bosco fiorito
Adesso il cervo entra nel “rama”, viene trasportato lì. E continua a raccontare la sua stessa fine. “Sono stato ucciso e preso. Lì nel selvatico, sono stato ucciso” dice. “Gli incantevoli uomini cacciatori mi hanno preso” dice “Morte mi hai preso” dice.
Sei disteso sulle frasche
Animale divenuto fiore
Corpo divenuto fiore
Adesso sei esanime sulla legna
Animale fiorito, corpo fiorito
Ed il corpo è un fiore
E sei esanime disteso sulla brace
“Io sono di Yevuku Yelome
il mio corpo è ricoperto di fiori
i fiori dal mondo incantato”.
Ormai sta riposando in quel mondo
l’animale ricoperto di fiori
dal corpo divenuto fiore.
Queste parole sono pronunciate dai cantanti che si rivolgono al cervo. “Sei disteso sulle frasche, animale ricoperto di fiori, corpo divenuto fiore” recita la canzone. “Nel patio fiorito di Yevuku Yelome arriva ogni pianta del mondo selvatico. E tu ti trovi ormai disteso su quelle frasche, animale ricoperto di fiori, dal corpo divenuto fiore” dice la canzone. Distendici il cervo sopra. Ogni pianta va bene. Sul pakko c’è sempre del legno di cotone. Buttalo sul rama e sulla strada ci sarà del legno di cotone. Questo va bene per lui, per il cervo. Lì è il luogo in cui sarà macellato, dove i pakkolam lo macelleranno. Quando l’avranno messo lì sopra, sarà coperto con un vecchio sacco o una coperta. E la canzone riprende quando il cervo viene disteso sulla legna. Ma allora, il flauto suonerà diversamente; comincerà ad intonare un’altra canzone. Mentre lo distendono sulle frasche, i flauti iniziano a suonare la canzone della Mosca Chiazzata. I cantori del cervo non sanno la canzone della Mosca Chiazzata, solo i flauti la conoscono. Allora, i pakkolam reciteranno con questa canzone. Reciteranno intorno al cervo, lo ingiurieranno. Ed allora diranno “macelliamolo subito” e la macellazione ha inizio.
Metti un fiore sopra di me
Un fiore preso dall’animale fiorito
Dal corpo divenuto fiore
Oh, metti un fiore sopra di me
Un fiore preso dall’animale fiorito
Dal corpo divenuto fiore
Oh, regalami uno dei fiori
Sbocciati dal corpo dell’animale
Io sono laggiù
Lungo il sentiero fiorito ricoperto di fiori
Sono immobile
Coperto di polvere
Sono immobile
Coperto di bruma
Immobile
“Metti un fiore sopra di me
Un fiore preso dall’animale fiorito
Dal corpo divenuto fiore”
Vedi, ora si è alzato il vento, un vento polveroso. Tolosailo: questo è il nome del vento polveroso e grigio. E polverosa e grigia è l’aria che si respira fuori dal giardino di Yevuku Yelome.
Quell’albero, come quelli laggiù nel giardino fiorito, sì, quell’albero sta parlando. Quando il cervo sarà stato disteso sulle frasche, l’albero chiederà la coda, la coda del cervo. I cacciatori del cervo taglieranno la coda e l’appenderanno sull’albero. Questo è quello che l’albero sta chiedendo: l’albero sta chiedendo la coda. “ Metti un fiore sopra di me. Un fiore preso dall’animale fiorito. Dal corpo divenuto fiore”, dice. L’albero chiede questo ai cacciatori. Vuole che loro appendano la coda del cervo ad uno dei suoi rami. L’albero che sta nel patio la vuole come decorazione, vuole la coda del cervo “fiore”.
Il mio incantevole corpo
È diventato fiore
Sta bruciando sopra il fuoco
E un fianco scivola sull’altro
Vedo il mio corpo fiorito
Sulla brace incandescente
Appoggiato su un fianco
E poi sull’altro
Il mio corpo fiorito
Si illumina al fuoco
Immobile su un fianco
E poi sull’altro
Io sono laggiù, nel giardino fiorito
Ricoperto di fiori di Yevuku Yelome
Qui d’incanto
Mi diffondo nell’aria
L’aria è intrisa di me
Ed io divento fiore
Mio incantevole corpo divenuto fiore
Fuoco sopra al fuoco
Un fianco appoggiato all’altro
La carne del cervo, arrostita sulla brace, continua a parlare. Diventerà spiedini. “Mio incantevole corpo fiore, fuoco sopra al fuoco, un fianco appoggiato all’altro, spiedini” dice. “Il giardino fiorito di Yevuku Yelome” dice “Qui mi diffondo e divento fiore” dice. Lo spirito del cervo è ancora nel mondo selvatico. Il cervo svela questo di sé. Canta così.
Il mio incantevole corpo divenuto fiore sta risplendendo
Appoggiato lì fuori di me
Una parte del mio corpo fiorito brilla
Fuori dalla mia pelle
Io sono sempre laggiù nel giardino fiorito
Coperto di fiori di Yevuku Yelome
E risplendo
Fiori dalla mia pelle
E le mie essenze si diffondono nell’aria
Divento evanescente
Il mio incantevole fiore corpo sta risplendendo
Appoggiato fuori di me
Interiora, budella di cervo. Qui la canzone parla di budella.
Ma non uno stecco,
né buono né bello
è rimasto
non è rimasto più nulla di me
né di commestibile né di utile
neppure uno spiedino
non c’è altro di me
che sia rimasto in questo mondo
null’altro
Io ormai sono al centro
Del mondo selvatico coperto di fiori
Lì nel selvatico
Sono qui, buono e bello
Ma di quell’altro me
Non è rimasto nulla
Né di buono né di bello
Finisce con queste strofa la canzone. I pakkolam usciranno di scena uno per volta, spingendosi fuori l’uno con l’altro. L’ultimo resta al centro della scena e si lascia cadere. Cadrà per terra, disteso, agonizzante. Sforzandosi punterà la testa verso il centro del rama. Gli altri torneranno, dopo aver preso un vecchio sacco o una coperta. La bagneranno con dell’acqua e lo ricopriranno. Così coloreranno la pelle del cervo.
Quando avranno finito usciranno e con quella stessa coperta picchieranno gli spettatori dicendo che stanno ancora colorando la pelle del cervo . Questo sarà l’ultimo gesto, non ci sarà nient’altro. Lì finisce la caccia.
RITO DI PURIFICAZIONE NELL’ACQUA
ZUNI
Quella che segue è la traduzione di una canzone, facente parte di una serie, che accompagna un’importante rito religioso degli Zuni (uno dei gruppi indiani dei Pueblo del New Mexico). La canzone appartiene alla Società del Grande Fuoco (società di uomini e donne che hanno il compito di curare). I riti poetici o narrazioni sacre degli Zuni, generalmente, sono organizzati entro alcuni gruppi principali fondati sulle basi di componenti astronomiche temporali (come l’annuario e il giornaliero viaggio del sole, le ricorrenze delle fasi lunari, eccetera). Si può notare come le varie sessioni della serie di canzoni siano determinate da frasi che si riferiscono ad eventi di tempo o ad elementi direzionali. Ogni direzione è relazionata ad un particolare bestia-divinità e colore; uno schema cosmologico che include i sei monaci della pioggia delle sei direzioni, sei venti-porta-pioggia, sei specie di uccelli, sei specie di alberi, e così proseguendo in un “infinito” ciclo di diversi elementi in relazione fra loro. Le sei bestie-divinità, nella mitologia Zuni, fanno la guardia al mondo. Essi sono: il Leone di Montagna Giallo dal Nord; l’Orso Blu dall’Ovest; il Tasso Rosso dal Sud; il Lupo Bianco dall’Est; l’Aquila Splendente o Multicolore dallo Zenit; la Talpa Nera del Nadir.
RITO DI PURIFICAZIONE NELL’ACQUA
Silenziosamente dovrei posare la mia coppa di conchiglia bianca.
Sono trascorsi abbastanza giorni
da quando Nostra Madre la Luna,
lì dall’Ovest,
appariva ancora piccola;
ora, lì dall’Est,
piena sopra l’orizzonte,
muta i suoi giorni in esseri finiti.
Nostri emergenti bambini,
quelli che aspirano ad invecchiare,
portate la sacra farina di granturco,
portate la conchiglia,
lì,
pregando,
faremo in modo che le vostre strade proseguano.
A coloro a cui è stato attribuito il mondo
dal principio dei tempi:
le selve,
le foreste,
lì
c’incontriamo.
Ai piedi
dei Fortunati*,
volgendoci nelle direzioni sacre,
dalle impronte delle nostre dita
offriamo:
sacra farina di granturco,
conchiglia.
*Tutti gli esseri soprannaturali.
Uniamoci
alle strade sacre dei Fortunati
che tirano i germogli
attraendoli,
che quietamente stanno lì
reggendo le loro vecchiaie,
reggendo le loro strade finite.
Uniamoci
alle strade sacre dei Padri della luce del giorno,
delle nostre madri,
dei nostri bambini,
nella camera dell’acqua che risana.
Sono passati abbastanza giorni
da quando
gli indovini,
con noi bambini,
hanno vissuto i loro giorni sulla terra.
Ora, in questo stesso giorno
per i monaci,
per le loro cerimonie,
abbiamo preparato i bastoni delle preghiere.
Quando Nostro Padre il Sole
sta andando nel posto sacro del governo
per sedersi,
quando rimane ancora un po’ di spazio,
ancora prima che raggiunga il sacro lato sinistro del potere,
ai Nostri Padri
offriamo i bastoni delle preghiere,
nelle nostre case
portiamo le strade sacre.
Lì,
da tutte le direzioni,
porteremo fuori le sacre strade dei Nostri Padri
e degli indovini,
senza tralasciare nessuno.
Nostri Padri.
che avete completato le vostre strade di cumuli di nuvole,
che avete espanso la vostra coperta di vapore,
che avete allungato le strade sacre della vita,
che avete eretto archi di arcobaleni colorati,
che avete lanciato le vostre frecce di fulmini,
dovrei sedermi silenziosamente.
Voi,
Nostri Padri,
lì
arriverete da tutte le direzioni.
Dal NORD,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dall’OVEST,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dal SUD,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dall’EST,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dal SOPRA,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dal SOTTO,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e allora anche le loro strade saranno finite.
Ma ancora di più,
dal NORD,
tu che sei mio padre,
LEONE DI MONTAGNA,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dall’OVEST,
tu che sei mio padre,
ORSO,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dal SUD,
tu che sei mio padre,
TASSO,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine,
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dall’ EST,
tu che sei mio padre,
LUPO,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine,
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dal SOPRA,
tu che sei mio padre,
AQUILA,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine,
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dal SOTTO,
tu che sei mio padre,
TALPA,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine,
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
E più ancora
dal NORD,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra GIALLA
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
dall’OVEST,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra BLU
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
dal SUD,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra ROSSA
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
dall’EST,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra BIANCA
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
da SOPRA,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra MULTICOLORE,
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
da SOTTO,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra NERA,
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
NANABUSH SCIUPA IL POTERE RICEVUTO DALLA PUZZOLA
OJIBWE
La narrativa Ojibwe, come tutte le letterature orali, era importante nella trasmissione e nel consolidamento dei valori tradizionali. L’arte verbale degli Ojibwe si distingue in due categorie: la prima comprende notizie, aneddoti e storie di eventi importanti. Storie che spaziano dagli avvenimenti accaduti nella vita di tutti i giorni ad esperienze molto più eccezionali che volgono verso il leggendario. La seconda categoria della narrativa involge i miti Ojibwe: storie sacre sui manitok (altra forma di “potenti” esseri umani) e sui morti. Le seconde sono più classiche e formali delle prime. Il tempo per la loro narrazione era ristretto all’inverno quando gli Ojibwe, nelle loro piccole unità familiari, cacciavano per procurarsi il cibo. Raccontavano le loro tradizioni in inverno perché i manitok vivono sott’acqua e, nella stagione fredda, essendo ibernati non possono sentire. Il grosso di questa seconda categoria di storie racconta le tribolazioni di Nanabush (o Nanabozho). Una metà di questo materiale lo descrive come un sapiente eroe, l’altra metà nella ruolo dell’imbroglione. Da eroe ha creato il mondo in cui viviamo con tutti i suoi modelli primordiali. I miti della creazione contemplano molte gesta di Nanabush: dalla sua stessa nascita a quando, dopo il diluvio universale, ha creato il mondo presente. C’è una relazione d’intima identificazione fra le gesta leggendarie di Nanabush, che confermano la loro natura di cacciatori, e gli Ojibwe. Nanabush intercede fra gli uomini e i manitok; serve come ideale modello da imitare; inventa esempi per la cultura utilitarista; ha grandi capacità di sussistenza; ha scoperto il riso; ha raccontato agli uomini come fare le medicine con le piante che guariscono. Nella veste d’imbroglione squilibrato, stregone e manipolatore di parenti, era un esempio di comportamento da evitare. Un modo di fare contrario ad ogni regola della società Ojibwe e che, quindi, propone una forma di educazione negativa per tutte le età. Le sue azioni, come i patimenti conseguenti alla disobbedienza, servono da monito per un più appropriato comportamento.
NANABUSH SCIUPA IL POTERE RICEVUTO DALLA PUZZOLA
Come al solito se ne andava in giro a piedi.
Fino a che,
arrivato sul ghiacciaio di un lago,
vide un abete.
Allora pensò:
“Non ci sono dubbi,
qualcuno vive lì.”
Continuò il cammino.
Incontrò un buco per attingere l’acqua sul ghiaccio;
un buco fatto con le budella di alce.
L’incavo era davvero molto grande.
Lo avrebbe voluto per se.
Ci allungò le mani sopra.
Ma udì la voce di qualcuno che disse:
Ehi, Nanabush! Metti giù le mani.
Se lo prendi, ce ne servirà un altro!
Lo lasciò stare.
“Vieni qui”,
disse.
E lui risalì dal lago.
Gli offrirono del cibo;
lui ne mangiò.
Avrebbe voluto lasciarsene un po’.
“Mangia tutto quello che ti ho preparato”,
disse.
E lui lo mangiò tutto.
S’accorse di quanto fosse grosso quello che gli parlava.
“Nanabush, sembri molto affamato”.
“No”, rispose.
“No? Nanabush, tu sei alla fame!
Si vede che hai tanta fame.
Lo dico per te, per farti avere una grazia”, disse.
“Si, mio giovane fratello, ho davvero fame”, rispose.
“Bene – gli fu detto – allora t’insegnerò quello che dovresti fare”.
Gli fu dato un piccolo flauto.
“E’ questo – disse – quello che dovrai usare.
Quando ritornerai a casa,
la tua anziana donna dovrà costruire una lunga casa;
dovrà essere una casa molto lunga.
Ti do anche questo, per quando sarà finita,
con questo ucciderai quelli che entrano in casa.
Fai esattamente come t’ho insegnato”; gli fu detto.
Era la Grande Puzzola che stava parlando.
“Ti darò la possibilità di farne uso per due volte –
disse – di questa cosa che userai per ucciderli.
Ora inginocchiati e appoggiati sulle mani”, disse a Nanabush.
Con grande consapevolezza si piegò su mani e ginocchia.
Si posizionò in faccia al suo di dietro,
e fu coperto da una grande puzza.
Questo è quello che gli fece.
E, questo, è quello che gli disse:
“Per favore, Nanabush, fai attenzione –
disse – o potresti far male ai tuoi bambini”; gli fu detto.
“Quando tornerai a casa dovrai rigorosamente fare così:
Soffierai una melodia sul tuo flauto,
alcune alci andranno in casa tua.
N’entreranno abbastanza, poi faranno così:
cammineranno intorno dentro la tua lunga casa.
Dopo, quando verrà fuori il capo branco,
tu gli farai una puzza per ricacciarlo dentro.
Così, anche tutte quelle dentro, moriranno.
E tu avrai il cibo per svernare.
Se ne vorrai ancora, quando le avrai mangiate tutte,
potrai soffiare un’altra volta sul flauto.
Così potrai attraversare l’inverno, senza aver mai più fame.
Questo è tutto quello che dovevo insegnarti”; gli fu detto.
Nanabush si rimise sulla sua strada.
Era davvero molto fiero.
Ora, nel momento che stava camminando per la sua strada,
vide un albero davvero grande.
“Chissà se il mio giovane fratello m’ha detto la verità –
pensò – quasi, quasi… gli faccio una puzza!”
Pensò Nanabush.
E davvero fece una puzza sul grande albero;
che marcì completamente.
“Sembra che il mio giovane fratello m’abbia detto la verità!” pensò.
In un momento mentre ancora una volta camminava per la sua strada,
vide una grande roccia oltre il versante opposto delle colline.
“Eppure – pensò ancora
– io continuo a chiedermi se mi ha detto la verità”.
“Quasi, quasi… farei un’altra prova sulla roccia”, pensò.
E davvero fece ancora una puzza.
Quando guardò, di quella grande roccia, non era rimasto niente.
Colui che aveva avuto pietà di lui
sentì voci a proposito di quello che lui stava facendo.
“Com’è stupido, da parte di Nanabush, non fare attenzione;
sta portando la rovina sui suoi bambini.”
Nanabush si drizzò in piedi.
Andò là dove c’era la roccia.
Riuscì a trovare dei pezzetti di roccia sparsi qua e là
solo dopo una persistente ricerca.
“Che il mio giovane fratello abbia detto la verità –
pensò Nanabush – è un fatto concreto!”
Ritornato a casa disse:
“Vecchia donna, sono stato benedetto;” disse alla sua vecchia donna.
Poi continuò: “Domani – disse a sua moglie
– costruiremo una casa molto lunga!”
Costruirono una casa, davvero, molto lunga.
Alla fine, disse alla sua vecchia donna:
“Siediti!”
E rimasero seduti.
Soffiò una melodia sul flauto.
Vide alcune alci correre verso la casa, per davvero.
“Sono certa, non ho alcun dubbio – gli disse la moglie
– che non hai obbedito alle istruzioni”.
Le alci entrarono in casa, per davvero.
Il capo branco uscì di casa.
Nanabush tentò una puzza;
ma non era più capace di fare le puzze.
Ora aveva fatto arrabbiare la donna, per davvero.
“Non fai mai attenzione
né a cosa ti viene detto e né a chi te lo ha detto!”
gli disse la sua vecchia donna.
Tutto quello che poteva fare era aprire e chiudere le chiappe.
Ma non poteva fare puzze.
Fece arrabbiare sua moglie, l’aveva fatta arrabbiare per davvero.
Tutte le alci riuscirono.
Per davvero aveva fatto arrabbiare sua moglie.
Le alci ripresero il loro cammino fuori dalla casa.
La vecchia donna riuscì a colpire l’ultimo che usciva.
Ruppe la gamba ad un giovane alce.
“Sei proprio un babbeo!
Ma non t’hanno detto come avresti dovuto fare?”
“Veramente si! Mi era stato dato il potere di uccidere
tutte le prede che entravano nella casa per due volte… o no?”
Per i due miserabili non c’era nulla da mangiare.
Lei aveva rovesciato le budella dell’alce.
Ci foderò il buco per attingere l’acqua.
Lui sapeva che loro avevano un gran bisogno di cibo,
Lui che, invano, s’era preso pietà per Nanabush.
“Per questo andrò da lui”, fu il pensiero che da Lui arrivò a Nanabush.
Questa volta fu la Grande Puzzola a partire per davvero.
In breve arrivò fino a dove stavano loro.
“Che cosa t’è successo;”
Gli disse.
Il budello dell’alce foderava il buco sul lago dove attingevano l’acqua.
“Ma come si può compiere un’idiozia così, Nanabush!”
E rise di lui.
Questo è quello che disse a Nanabush:
“Cos’è successo, Nanabush?”
chiese la Puzzola.
“Dopo averti lasciato, mio giovane fratello, quando ero circa a metà strada,
feci puzze su un grande albero e su una grande roccia.
Si l’ho fatto ma ho provato pietà”.
“Allora – disse – avrò ancora pietà di te.”
Poi disse: “Sono venuto fin qui per benedirti ancora.”
E, Nanabush, fu ancora ricoperto di puzza.
“Ora non rifarlo un’altra volta!”
Gli diede quello che avrebbe potuto usare ancora due volte.
E si rimise sulla strada che lo riportava a casa.
La moglie lo prevenne dal far puzze.
Seriamente.
Al tempo giusto lui soffiò una canzone sul flauto.
Vide le alci arrivare ed entrare nella lunga casa ancora una volta.
Poi, quando questi tento d’uscire, fece una puzza sul capo branco.
Stavolta morirono tutti.
Guardarono dentro:
il posto dove vivevano era pieno delle alci ch’avevano ucciso.
Ora, le miserabili creature, avevano tutto il cibo di cui abbisognavano.
La moglie disse.
“Per favore, cerca di fare attenzione e di non buttare i resti,
se non vuoi affamare i bambini.”
Ora, con le alci trattate per l’uso,
sentivano di poter attraversare l’inverno, tranquillamente.
“E’ abbastanza probabile che potremo attraversare l’inverno;” disse alla moglie.
“E’ abbastanza probabile;” si sentì dire.
“Siamo stati veramente benedetti;”
disse la moglie al marito.
E questo è tutto quello che so.
WAKINYAN E WAKINYAN WICAKTEP TUONO E QUELLI UCCISI DA TUONO
LAKOTA
Gli hejoka avevano il potere, se lo desideravano, di deviare i distruttivi fulmini che tanto frequentemente cadevano sulle Grandi Pianure. Lenivano il male, ma lo potevano anche acuire. Gli heyoka giocavano un ruolo molto importante all’interno del cerchio dei villaggi lakota. Il loro clownesco comportamento divertiva la gente e, allo stesso momento, portava all’attenzione i comportamenti devianti, le azioni e i fatti non accettabili dalla società. Facendo ridere, con le loro mosse grottesche, provvedevano al necessario sollievo del popolo dal rigido codice del conformismo sociale lakota; codice morale che gli heyoka erano liberi di ridicolizzare. Sollevando l’atmosfera nei momenti più duri erano capaci di mandare segnali di ammonimento quando la società si faceva compiacente. Mettevano all’indice il potenziale pericolo e, sempre con le burla, annunciavano le conseguenze che derivano dalla non vigilanza; mettevano in allerta il villaggio sulle potenzialità negative dell’azzardata situazione.
Racconto descrittivo delle tradizioni della tribù Lakota
Quello che la gente comune dice degli Uomini Tuono e degli Heyoka
WAKINYAN E WAKINYAN WICAKTEP
TUONO E QUELLI UCCISI DA TUONO
Si dice che gli Uomini Tuono vivano ad Ovest perché è da li che vengono. Sono considerati i guerrieri del Mistero Finale. Le Great Mountains sono la loro casa. Uccidono chiunque non rispetti le loro leggi. Degli Uomini Tuono, si dice, che vivano alla maniera della gente comune. Ma in più, viaggiano in tutto il mondo, lo nutrono, viaggiando causano la caduta delle piogge. Fanno si che la terra cresca tante cose straordinariamente belle e, così facendo, aiutano gli animali e gli uomini a prosperare in abbondanza. Lì, dove la terra ha subito un danno, loro arrivano a ripulirla con la pioggia, lavando via tutto ciò che ha causato il danno.
Cielo, terra e acqua sono gli esseri che gli Uomini Tuono stimano su tutti. Quello, fra tutti i quadrupedi della terra, è il cavallo; per quanto anche tutti gli altri quadrupedi, per loro, sono importanti. Quelli fra gli alati del cielo sono: il gabbiano, il falco, l’allodola e le rondini. Fra gli esseri acquatici quelli più apprezzati sono la rana e il tritone perché arrivano giù sulla terra con le piogge.
Per quanto, animali non esclusi, possano essere tante le ragioni che mandano i fulmini a folgorare le cose, si dice che se si impegna a celebrare certi riti, quando una persona sogna degli Uomini Tuono, solo il fallimento nel compimento di quegli obblighi comporterà la sua morte tramite fulmine. Quelli che sono stati uccisi dai guerrieri degli Uomini Tuono, si dice, che furono colpiti in cima alla testa. Quello colpito dal fulmine aveva i capelli in cima alla testa arruffati come una palla. E’ per questo che gli heyoka con i capelli in cima alla testa ci fanno un nodo.
Se qualcuno non fa come gli è stato insegnato nella visione o nel sogno arrivato dagli Uomini Tuono, si dice, che un fulmine lo farà per lui. Viaggerà attraverso il suo corpo arricciandogli le membra, segnandolo nel modo che avrebbe dovuto dipingere se stesso; per questo, coloro che sognano i tuoni, hanno l’usanza di dipingersi il corpo e le membra in quella maniera.
Si dice che i fulmini tempestino il palco della sepoltura, quando una persona uccisa dai fulmini viene messa sul palco della sepoltura. La persona colpita dal fulmine veniva portata nel dominio degli Uomini Tuono per vivere lì con loro. Quando vengono gli esseri tuono da Ovest, perlomeno così si dice, alcuni fra quelli che arrivano hanno il permesso di scagliare le folgori che uccidono. Gli esseri tuono dicevano a quello da folgorare: “Silenziosamente e delicatamente (nel sogno) andrai dalla tua gente. Avrai compassione di loro perché pensano di essere nel giusto ma, la sapienza che gli uomini credono di avere, tale non è – gli dicono – ad ognuno di loro tu svelerai la verità.” Gli altri heyoka pregheranno per lui e lo onoreranno per tutto ciò che vogliono o abbisognano, si dice.
Un uomo che sognò i tuoni raccontò del suo sogno: “Ho sognato di stare nel paese degli esseri tuono. Un’allodola venne da me proveniente da ovest e saltai in aria come un saetta. Quando ripresi conoscenza ero nel grande villaggio degli esseri tuono. Erano gente comune che aveva dipinto il proprio corpo di grigio bianchiccio. Gli arti erano dipinti con strisce a zigzag rosse, più o meno larghe come una mano.”
Mi dissero: “Da ragazzo, così come da uomo o da vecchio, si sempre lucidamente conscio che i riti che vedrai saranno esattamente come quelli che rivelerai alla tua gente.” Un heyoka, impaziente di eseguire il rito del prelievo dal bricco bollente, si rivolse a quello che aveva viaggiato nella terra degli esseri tuono dicendogli: “Ho avuto una visione in sogno. Da quel momento sento urla di guerrieri ogni volta che arrivano gli esseri tuono.” A questo, quello che aveva visitato gli esseri tuono, replicò: “Ti stanno chiedendo di prelevare dal bricco alla maniera degli heyoka. Ora potrai mostrare alla gente come eseguire nel modo giusto questo rito.” In quel momento lo heyoka fu pronto per eseguire il rito.
Fu eretto nel centro del villaggio, fatto di vecchie e affumicate pelli di scarto, un piccolo tepee. Il tepee fu circondato dal gruppo di heyoka che già avevano rivelato i loro sogni avuti dagli esseri tuono. Non usarono tante pertiche come si fa per un normale tepee, ma ne usarono due per reggere il passaggio del fumo. Poi invitarono ad entrare tutti gli altri seguaci della Società Heyoka che già avevano eseguito i loro riti. Gli heyoka scelsero uno fra di loro. Il nuovo heyoka, quello che doveva eseguire il rito per la prima volta, fu toccato dal prescelto della Società Heyoka per prendere coscienza del nascente potere. Lo heyoka prescelto, mentre dipingeva quello nuovo, spiegava come lo stava dipingendo. Gli disse, anche, che avrebbe dovuto cavalcare un cavallo multicolore. A loro volta, tutti gli altri heyoka, si unirono per finirlo di dipingere. Il corpo fu dipinto di grigio bianchiccio; le membra con strisce zigzagate di colore rossiccio, come i fulmini. I capelli furono tirati davanti, arrotolati e legati in modo che pendolassero sulla fronte. Una pianta di Psoralea (ticanica hu) fu legata al nodo di capelli penzolante.
A quel punto, si vestirono anche gli altri heyoka. Con vecchie pelli di tipi di scarto, a cui praticarono fori molto imprecisi, fecero dei gambali. E li indossarono come gambali. Con le stesse pelli, pure forate, fecero le maglie che indossarono. Il pericardio del bufalo, che gli copriva anche la faccia, lo usarono come copricapo. Sulla cima del cappuccio ci fecero un buco, dal quale penzolava una treccia. Prese due pezze, di vecchie pelli di daino di tepee di scarto, ci sagomarono due orecchini; grandi, circa, come il palmo di una mano. E li appesero agli orecchi. Dietro la testa gli penzolava una fila di piume di ali di corvo fissate su una striscia di pelle grezza imperlata alla base. Un arco fatto alla svelta, uno scudo e due o tre frecce costituivano il resto del costume. Questi archi non erano affatto funzionali, perché fatti alla svelta e senza cura.
Ora, abbigliato nello stile che ho detto, lo heyoka stava per adempiere ai suoi obblighi. Era dipinto di grigio bianchiccio e fu messo su un cavallo multicolore con una lancia in mano.
Cantò una canzone heyoka che diceva così:
Viene una nube tonda
Viene una nube tonda
M’ avvio sul sentiero sacro con un voto per me stesso
Viene una nube tonda
M’ avvio sul sentiero sacro con un voto per me stesso
Poi infilò una lingua di bufalo con la sua lancia e la tirò fuori dal bricco.
Tutti gli heyoka, allora, si avvicinarono al bricco ed estrassero pezzi di bufalo con le mani nude. Poi si dispersero tra la folla portando pezzi di lingua di bufalo dovunque ci fossero seduti uomini di mezza età o più vecchi, ed offrendoglieli. Gli uomini, condividendo l’offerta di cibo, rispondevano: “Haye”. Ognuno rese omaggio al capo degli heyoka ed al nuovo heyoka. Dopo, per la gioia della folla, gli heyoka si esibirono in molte azioni comiche e buffe (com’è nella loro natura). Il nuovo heyoka aveva onorato i suoi obblighi verso gli esseri tuono, e la gente era felice per lui.
Un giorno, si dice, che un altro uomo - che aveva ricevuto una visione – dopo essersi vestito secondo l’usanza heyoka, andò in giro per il villaggio facendo scherzi heyoka. I capelli scendevano sciolti, e su un solitario nodo di capelli aveva legato una fila di piume di ali di cervo. Aveva il torso dipinto di rosso e, sulle membra, aveva dipinto delle strisce a zigzag vermiglione che rappresentavano gli Uomini Tuono. Su piedi e mani aveva tracciato disegni forcuti. Indossò la sua veste di bufalo – con il pelo rivolto fuori – annodata all’altezza della gola. Portava un’imitazione d’arco ed alcune frecce storte insieme ad un tamburo colorato di rosso. Mentre bussava sul tamburo cantava questa canzone:
Il potere del sole fa battere il mio cuore
Torceva il corpo da una parte all’altra, mentre danzava in giro per il campo guardando a destra e manca. Ogni tanto soffiava s’un flauto ricavato da un osso d’ala d’aquila. Non faceva il prelievo dal bricco perché aveva ancora paura degli esseri tuono. Comunque, questa volta nel rispetto del rito, prelevò dal bricco. Lo fece una seconda volta ed ancora una terza. Da quel momento non ebbe più paura degli esseri tuono e si considerò un heyoka completo.
Gli heyoka erano chiamati i “Non Grandi Fratelli”*. Parlavano ed agivano al contrario. Formarono una Società Heyoka e scelsero un giorno per celebrare la loro festa. Compievano i loro riti e le loro cerimonie cantando le canzoni heyoka alla gente. Circondavano il villaggio eseguendo le loro danze, cantando le loro canzoni, percuotendo il tamburo mentre cantavano. Non ballavano nel modo tradizionale ma saltando su e giù.
* Non Grandi Fratelli (Ciyeku Sni)
I membri della Società Heyoka potevano evocare tanto la parte luminosa che la parte scura del Mistero Finale (Taku Wakan) e, per questo, dai giovani del cerchio del villaggio, non erano considerati modelli da imitare. I membri delle società guerriere erano i Grandi Fratelli (Ciyekupi) dei giovani che mostravano capacità da combattenti. I guerrieri più famosi promettevano ai giovani che gli stavano più dietro d’insegnargli l’arte della guerra. Nello stesso modo, i giovani che promettevano capacità taumaturgiche, seguivano sempre gli uomini santi del villaggio.
La storia di Capo Comanche
PAWNEE
I Pawnee vivevano lungo gli affluenti del fiume Missuri (Nebraska e Nord Kansas). La loro vita scorreva con un andamento circolare che partiva dalla primavera, la stagione che trascorrevano in alloggi di terra a forma di cupola. Questo era il momento della semina: le donne preparavano i campi e ci piantavano il mais, le zucche e i fagioli; gli anziani si radunavano per celebrare i riti. A giugno, mentre le colture crescevano, si spostavano a ovest verso gli altopiani; lì vivevano nei tipi di pelle di bufalo. Alla fine di agosto tornavano nei villaggi delle case di terra, dove facevano il raccolto e continuavano i riti. A novembre, con l’apprestarsi dell’inverno, ritornavano sugli altopiani per la caccia al bufalo che durava fino a febbraio, quando si ripartiva per tornare a casa. La Storia di Capo Comanche fa parte del genere storico che, generalmente, racconta delle grandi imprese compiute in guerra. Questa spiega l’origine del nome di un uomo: Capo Comanche. La vicenda illustra come i nativi ottenevano i loro nomi personali attraverso atti di coraggio o altre azioni; nomi, spesso, meritati nelle spedizioni di guerra. L’evento narrato è accaduto nella metà del diciannovesimo secolo quando, una o due grandi formazioni Pawnee, partirono verso sud, probabilmente, per andare a rubare i cavalli.
La storia di Capo Comanche
Si narra che un gruppo di guerrieri partì dalle terre in cui vivevano le tribù Pawnee, prima che anche gli altri si muovessero nella stessa direzione. Dopo tanti giorni di cammino, più di quanti erano stati previsti, uno di loro, parlando al compagno che aveva vicino, gli disse: “Ascoltami, io mi fermo qui. Gli altri vadano avanti. Io devo andare dalla parte opposta. Sto cercando qualcosa di molto speciale e devo trovarlo assolutamente”.
Il compagno rispose: “Non puoi andare da solo. Io verrò con te” e lo seguì. L’uomo si oppose: “No. Tu devi andare avanti con il resto del gruppo. Tu devi andare dove vanno loro”. Ma l’altro non si fece convincere: “Io verrò con te. Andrò dove vai tu”.
E così partirono insieme, l’uno dicendo all’altro di andare via, l’altro rimanendo ostinatamente al suo fianco.
Senza altri contrattempi i due guerrieri arrivarono nel posto stabilito che l’uomo cercava e che sembrava conoscere.
“Vivono qui quelli che cerco. Non credevo di riuscire a ritrovare la strada ma adesso so di non aver sbagliato: è qui che vivono coloro che vengono chiamati la tribù dei Comanche”.
Poi si raccomandò al compagno: “Adesso tu aspetta qui. Io andrò su quella collina per guardare intorno”.
“Possiamo farlo insieme”, obiettò l’altro.
“Allora vieni, ma sta attento”.
Salirono in cima ad una delle colline che sovrastavano il villaggio. “Guarda con attenzione”, disse l’uomo ed aggiunse : “Lo vedi quel villaggio laggiù in fondo. Quello è il villaggio, lo riconosco dalla forma”.
E, in effetti, quel villaggio aveva una disposizione delle abitazioni ben precisa. Sul versante ad occidente di quel grande villaggio era sistemata la dimora del capo dei Comanche e della sua famiglia: moglie, figli ed una figlia. Oltre alla famiglia abitavano in quella parte del villaggio i guerrieri che assistevano il capo ed un anziano che gli faceva da banditore.
Dopo aver studiato bene la sistemazione delle abitazioni l’uomo disse al suo compagno: “Io vado laggiù. Tu rimani qui. Mi aspetterai per quattro giorni. Se non mi vedrai tornare non preoccuparti e tornatene a casa. Se non torno vuol dire che mi hanno catturato ed ucciso”.
L’uomo suggerì anche cosa il compagno avrebbe dovuto dire una volta tornato dalla sua gente: “Tu dirai agli altri che sai dove si trova il villaggio in cui io mi ero diretto. Dirai che questa gente mi ha catturato e mi ha ucciso. Dirai che mi hai aspettato per quattro giorni e che non vedendomi tornare te ne sei andato”.
Detto questo, l’uomo si diresse verso il villaggio. Erano giunti nei pressi del villaggio a giorno inoltrato ma quando l’uomo salutò il compagno era quasi notte. Il pawnee – l’uomo che faceva parte della tribù “Quelli che Assomigliano ai Lupi” – si diresse da solo verso il villaggio. Quando arrivò al villaggio, vide che la gente era ancora impegnata nelle faccende della vita di tutti i giorni. Poi, lentamente, tutto si fece quieto. Tutte le attività andarono cessando. Intorno si vedevano solo cavalli. Infatti, come sempre, i cavalli migliori erano stati legati davanti alle abitazioni dei loro proprietari.
Il pawnee puntò dritto su un certo alloggio. Lui vide che all’interno dell’abitazione la fiamma del fuoco era ancora accesa ma che, lentamente, si stava esaurendo. Stava per essere il momento giusto. Era quasi giunta l’alba ed era quello il momento giusto per entrare. L’uomo allora aprì la porta del tipi ed entrò. Sapeva bene com’era disposto l’alloggio. C’era già stato e l’aveva bene impresso nella mente. Per questo, adesso che era nuovamente lì, sapeva perfettamente come muoversi. Non esitò un attimo. Si diresse verso la parte che si affacciava ad occidente. Sapeva dove era posizionato il letto del capo e dove, invece, era quello di sua figlia. Lei era lì che dormiva. Lui si svestì: lasciò da una parte il suo arco ed il coltello, i gambali ed i mocassini. La ragazza continuava a dormire. L’uomo, silenziosamente, sollevò le coperte e si distese a fianco della ragazza.
A quel punto la donna si svegliò e gli appoggiò le mani sul viso. Cercando di capire chi fosse al proprio fianco lei gli passò le mani sul volto, sulle tempie e sulla testa e si accorse che quell’uomo aveva una cresta all’Osage. Lei capì subito, da questo particolare, che si trattava di un pawnee. Questi uomini pawnee non esitano davanti a niente!
Lei allora chiamò suo padre, sussurrando: “Padre, sei sveglio?”
E, lui disse: “Perché mai dovrei essere sveglio, figlia?”
Lei: “Una persona è entrata nel mio letto”.
A quel punto il padre si alzò e chiamò gli uomini di guardia all’entrata dell’alloggio. “Rianimate il fuoco!” gridò, ma prima che gli uomini arrivassero il capo aveva già buttato sulla cenere ancora calda dell’erba secca e delle scaglie di legno che subito rianimarono la fiamma. Allora il capo urlò: “Governatelo! Voglio tanta luce, perché si possa vedere bene!”
E poi disse: “ Tutti in piedi, svelti! E che nessuno faccia niente di avventato! Scopriamo chi è questa persona che è entrata nei nostri alloggi.”
Poi ordinò al banditore: “Vai fuori e annuncia a tutto il villaggio che il capo vuole che tutti si radunino qui. Chi arriverà per primo potrà entrare disponendosi in ordine all’interno dell’alloggio. Quelli che arriveranno dopo e che per questo non troveranno posto all’interno, dovranno disporsi in circolo fuori dalla casa. Che tutti siano pronti a difendere il capo, nel caso in cui lo straniero che adesso giace nel letto con mia figlia, non sia giunto da solo al nostro villaggio. Lui ha i capelli tagliati alla maniera degli Osage!”.
Arrivarono tutti in breve tempo e riempirono l’interno dell’alloggio. Allora il capo dei comanche, il capo di tutti i capi, parlò: “Ognuno di voi dovrà dirmi cosa pensa che sia giusto fare. Avete visto questo straniero entrare nei nostri alloggi. Come deve reagire il nostro villaggio?”.
Un gruppo di uomini disse: “cosa ne pensano quelli che stanno di fronte a noi?”.
E quelli che erano stati chiamati in causa prontamente risposero: “E perché non sentiamo il parere dello zio della ragazza? Del resto dovrebbero essere i parenti più vicini a decidere cosa fare. Sono loro ad essere stati offesi direttamente”.
Lo zio della ragazza intervenne: “Il capo ha dato a voi la parola”.
Da un angolo si alzò la voce di un anziano. Era il padre del capo dei Comanche che disse: “Nessuno ha avuto il coraggio di parlare. Siete rimasti tutti a sedere, in silenzio. Allora dirò io una cosa che proprio mi sento di dire. Io sono vecchio ed in tutti questi anni di vita ho sempre sognato di fare una cosa che non ho mai fatto: è giunto il tempo di visitare la tribù a cui appartiene quest’uomo”. Indicò lo straniero e gli domandò: “Di che tribù sei?”
“Son di Quelli che Assomigliano ai Lupi”.
“Era quello che tutti noi pensavamo – disse il vecchio – La gente ha sempre detto che quelli che assomigliano ai lupi sono coraggiosi. Nessuno dei presenti avrebbe fatto quello che hai fatto tu”. Infine il vecchio tornò a dire: “Ho sempre avuto il desiderio di visitare quella gente. Adesso che ne ho ancora la possibilità intendo farlo, indipendentemente da quello che il mio bambino, mio figlio che adesso è il capo, vorrà che sia fatto”.
Ma il vecchio non aveva finito di dire la sua: “Quest’uomo, questo quelli che assomigliano ai lupi, mi piace. E’ coraggioso! E’ coraggioso! Non ha cercato di usare le sue armi, né arco e né coltello. Sembra che non conosca la paura. Guardate questa donna, mia nipote, questa mia ragazza: lei lo vuole, e io non ho niente da obiettare. Lui può prendermela, la può sposare. Lui è venuto per sposare mia nipote ed io gliela darò, se è questo che lei vuole. Non passerà molto prima che arrivi la primavera, e non passerà molto perché ogni cosa maturi e ci saranno cibi in abbondanza – disse ancora il vecchio - E io voglio andare nei luoghi in cui abita la tribù di quest’uomo. Finalmente, potrò mangiare tutto quello che mangiano loro. Si dice che fra tutti gli Indiani che popolano la terra, il Paradiso ha benedetto quella tribù con i semi delle piante da mangiare. Ne hanno di ogni tipo. Io farò questo: mangerò tutti quei differenti tipi di cibo. Ne hanno di ogni tipo, lì dove vivono loro. Desidero mangiarli. C’è un tipo che chiamano zucca. E’ una pianta che si arrampica alle pareti dei loro alloggi. Le zucche gli crescono addosso. Sono così buone che ne devo mangiare un po’, mentre sono ancora in vita. Ma torniamo alla ragione per cui ci troviamo tutti qui riuniti. Io dico, siccome voi non dite niente, che darò il mio assenso all’unione di mia nipote con quest’uomo”.
Il capo dei capi disse: “Ben detto padre. Lo avete sentito.”
A quel punto i guerrieri se ne andarono: “Oramai, qui, non c’è più bisogno di noi”.
“Non voglio più nessuno in giro! – disse allora il capo dei comanche - Andate! Andate a casa! Chi di voi avrebbe fatto quello che ha fatto lui? Questo quelli che assomigliano ai lupi è coraggioso. E s’è preso la nostra giovane donna comanche”.
E fu così che l’uomo sposò la figlia del capo dei comanche e lei gli dette tanti, tanti figli.
Arrivò la primavera e la giovane coppia portò l’anziano padre del capo dei comanche e sua moglie dove viveva la tribù di quelli che assomigliano ai lupi: a Beaver Creek.
Lì si conobbe il nome con cui il giovane sposo veniva chiamato nel suo villaggio: lui era Capo Coltello.
Disse: “Ora mi chiamo Capo Comanche. Hanno deciso di chiamarmi Capo Comanche”. E pensare che era ancora giovanissimo e già aveva assunto quel nome.
Giunto al villaggio Capo Comanche scoprì la fine che aveva fatto il vecchio compagno che aveva lasciato ad attendere il suo ritorno sulla collina. Questi, dopo aver atteso quattro giorni il ritorno del suo amico, aveva pensato: “Certamente lo hanno ucciso. Io non posso tornare a casa da solo”. Probabilmente questo giovane si era ucciso. Gli altri guerrieri che avevano proseguito la loro missione, invece, erano tornati a casa sani e salvi.
Frattanto il giovane sposo aveva ottenuto ciò che aveva desiderato. Quest’uomo detto Capo Comanche, se crediamo a quello che raccontano gli anziani, accudì l’anziano nonno della ragazza comanche e poi, quando la ragazza comanche morì, lui sposò “Tutte le Donne del Capo”. Si racconta che quando anche lui divenne vecchio riprese il nome di Capo Coltello che, ancora oggi, è il nome della sua famiglia. Coltello Buono fu chiamato suo figlio.
Mi piacerebbe sapere quali sono le storie che danno origine a certi nomi? Quando i più vecchi raccontavano le storie, mi raccontavano questa che avrebbe parlato del vecchio uomo Capo Comanche e di quando la coppia arrivò fra la nostra gente, di Donna Comanche – la ragazza giovane – oh, se era bella quella giovane donna! Questa ragazza era davvero bella, al tempo quando la nostra gente viveva ancora in Nebrasca.
Non era passato tanto tempo, da quando avevo raccontato questa storia in terra d’Osage, che incontrai un comanche. Fu durante un incontro peyote che incontrai Coltello Buono, che era ancora in vita. E questo comanche disse: “Sono un parente di quell’uomo. Quest’anziano è pure un suo parente.” Era un parente anche di quell’anziano. Erano parenti del vecchio uomo Capo Comanche, quello che prese la ragazza dalla sua tribù. Quando diventando il genero del capo comanche, si dice, fu chiamato con qualsiasi nome desiderasse chiamarsi. In mezzo alla sua progenie c’era uno chiamato Lupo Bianco. Il nome si riferisce ad un lupo di colore bianco: Lupo Bianco. Questa storia che ho raccontato è vera. Non è la classica storia del Coyote, io non me la sono inventata, e non è frutto di un sogno; ma è una storia della gente che viveva in passato.
Loro dicevano ai giovani: “Ora sei cresciuto. Ora devi vivere la tua vita. Devi farlo a modo tuo se vuoi trovare la tua buona stella. Oggi avete appreso la storia di questo uomo pawnee, quello il cui discendente è chiamato: John Knife Chief. Ho detto il suo nome in inglese perché così, se vuole che qualcuno dei bambini dei suoi figli sia chiamato Capo Coltello, saprà che loro hanno diritto a quel nome.
E questo è tutto quello che avevo da dire.
WAKINYAN E WAKINYAN WICAKTEP TUONO E QUELLI UCCISI DA TUONO
LAKOTA
Gli hejoka avevano il potere, se lo desideravano, di deviare i distruttivi fulmini che tanto frequentemente cadevano sulle Grandi Pianure. Lenivano il male, ma lo potevano anche acuire. Gli heyoka giocavano un ruolo molto importante all’interno del cerchio dei villaggi lakota. Il loro clownesco comportamento divertiva la gente e, allo stesso momento, portava all’attenzione i comportamenti devianti, le azioni e i fatti non accettabili dalla società. Facendo ridere, con le loro mosse grottesche, provvedevano al necessario sollievo del popolo dal rigido codice del conformismo sociale lakota; codice morale che gli heyoka erano liberi di ridicolizzare. Sollevando l’atmosfera nei momenti più duri erano capaci di mandare segnali di ammonimento quando la società si faceva compiacente. Mettevano all’indice il potenziale pericolo e, sempre con le burla, annunciavano le conseguenze che derivano dalla non vigilanza; mettevano in allerta il villaggio sulle potenzialità negative dell’azzardata situazione.
Racconto descrittivo delle tradizioni della tribù Lakota
Quello che la gente comune dice degli Uomini Tuono e degli Heyoka
WAKINYAN E WAKINYAN WICAKTEP
TUONO E QUELLI UCCISI DA TUONO
Si dice che gli Uomini Tuono vivano ad Ovest perché è da li che vengono. Sono considerati i guerrieri del Mistero Finale. Le Great Mountains sono la loro casa. Uccidono chiunque non rispetti le loro leggi. Degli Uomini Tuono, si dice, che vivano alla maniera della gente comune. Ma in più, viaggiano in tutto il mondo, lo nutrono, viaggiando causano la caduta delle piogge. Fanno si che la terra cresca tante cose straordinariamente belle e, così facendo, aiutano gli animali e gli uomini a prosperare in abbondanza. Lì, dove la terra ha subito un danno, loro arrivano a ripulirla con la pioggia, lavando via tutto ciò che ha causato il danno.
Cielo, terra e acqua sono gli esseri che gli Uomini Tuono stimano su tutti. Quello, fra tutti i quadrupedi della terra, è il cavallo; per quanto anche tutti gli altri quadrupedi, per loro, sono importanti. Quelli fra gli alati del cielo sono: il gabbiano, il falco, l’allodola e le rondini. Fra gli esseri acquatici quelli più apprezzati sono la rana e il tritone perché arrivano giù sulla terra con le piogge.
Per quanto, animali non esclusi, possano essere tante le ragioni che mandano i fulmini a folgorare le cose, si dice che se si impegna a celebrare certi riti, quando una persona sogna degli Uomini Tuono, solo il fallimento nel compimento di quegli obblighi comporterà la sua morte tramite fulmine. Quelli che sono stati uccisi dai guerrieri degli Uomini Tuono, si dice, che furono colpiti in cima alla testa. Quello colpito dal fulmine aveva i capelli in cima alla testa arruffati come una palla. E’ per questo che gli heyoka con i capelli in cima alla testa ci fanno un nodo.
Se qualcuno non fa come gli è stato insegnato nella visione o nel sogno arrivato dagli Uomini Tuono, si dice, che un fulmine lo farà per lui. Viaggerà attraverso il suo corpo arricciandogli le membra, segnandolo nel modo che avrebbe dovuto dipingere se stesso; per questo, coloro che sognano i tuoni, hanno l’usanza di dipingersi il corpo e le membra in quella maniera.
Si dice che i fulmini tempestino il palco della sepoltura, quando una persona uccisa dai fulmini viene messa sul palco della sepoltura. La persona colpita dal fulmine veniva portata nel dominio degli Uomini Tuono per vivere lì con loro. Quando vengono gli esseri tuono da Ovest, perlomeno così si dice, alcuni fra quelli che arrivano hanno il permesso di scagliare le folgori che uccidono. Gli esseri tuono dicevano a quello da folgorare: “Silenziosamente e delicatamente (nel sogno) andrai dalla tua gente. Avrai compassione di loro perché pensano di essere nel giusto ma, la sapienza che gli uomini credono di avere, tale non è – gli dicono – ad ognuno di loro tu svelerai la verità.” Gli altri heyoka pregheranno per lui e lo onoreranno per tutto ciò che vogliono o abbisognano, si dice.
Un uomo che sognò i tuoni raccontò del suo sogno: “Ho sognato di stare nel paese degli esseri tuono. Un’allodola venne da me proveniente da ovest e saltai in aria come un saetta. Quando ripresi conoscenza ero nel grande villaggio degli esseri tuono. Erano gente comune che aveva dipinto il proprio corpo di grigio bianchiccio. Gli arti erano dipinti con strisce a zigzag rosse, più o meno larghe come una mano.”
Mi dissero: “Da ragazzo, così come da uomo o da vecchio, si sempre lucidamente conscio che i riti che vedrai saranno esattamente come quelli che rivelerai alla tua gente.” Un heyoka, impaziente di eseguire il rito del prelievo dal bricco bollente, si rivolse a quello che aveva viaggiato nella terra degli esseri tuono dicendogli: “Ho avuto una visione in sogno. Da quel momento sento urla di guerrieri ogni volta che arrivano gli esseri tuono.” A questo, quello che aveva visitato gli esseri tuono, replicò: “Ti stanno chiedendo di prelevare dal bricco alla maniera degli heyoka. Ora potrai mostrare alla gente come eseguire nel modo giusto questo rito.” In quel momento lo heyoka fu pronto per eseguire il rito.
Fu eretto nel centro del villaggio, fatto di vecchie e affumicate pelli di scarto, un piccolo tepee. Il tepee fu circondato dal gruppo di heyoka che già avevano rivelato i loro sogni avuti dagli esseri tuono. Non usarono tante pertiche come si fa per un normale tepee, ma ne usarono due per reggere il passaggio del fumo. Poi invitarono ad entrare tutti gli altri seguaci della Società Heyoka che già avevano eseguito i loro riti. Gli heyoka scelsero uno fra di loro. Il nuovo heyoka, quello che doveva eseguire il rito per la prima volta, fu toccato dal prescelto della Società Heyoka per prendere coscienza del nascente potere. Lo heyoka prescelto, mentre dipingeva quello nuovo, spiegava come lo stava dipingendo. Gli disse, anche, che avrebbe dovuto cavalcare un cavallo multicolore. A loro volta, tutti gli altri heyoka, si unirono per finirlo di dipingere. Il corpo fu dipinto di grigio bianchiccio; le membra con strisce zigzagate di colore rossiccio, come i fulmini. I capelli furono tirati davanti, arrotolati e legati in modo che pendolassero sulla fronte. Una pianta di Psoralea (ticanica hu) fu legata al nodo di capelli penzolante.
A quel punto, si vestirono anche gli altri heyoka. Con vecchie pelli di tipi di scarto, a cui praticarono fori molto imprecisi, fecero dei gambali. E li indossarono come gambali. Con le stesse pelli, pure forate, fecero le maglie che indossarono. Il pericardio del bufalo, che gli copriva anche la faccia, lo usarono come copricapo. Sulla cima del cappuccio ci fecero un buco, dal quale penzolava una treccia. Prese due pezze, di vecchie pelli di daino di tepee di scarto, ci sagomarono due orecchini; grandi, circa, come il palmo di una mano. E li appesero agli orecchi. Dietro la testa gli penzolava una fila di piume di ali di corvo fissate su una striscia di pelle grezza imperlata alla base. Un arco fatto alla svelta, uno scudo e due o tre frecce costituivano il resto del costume. Questi archi non erano affatto funzionali, perché fatti alla svelta e senza cura.
Ora, abbigliato nello stile che ho detto, lo heyoka stava per adempiere ai suoi obblighi. Era dipinto di grigio bianchiccio e fu messo su un cavallo multicolore con una lancia in mano.
Cantò una canzone heyoka che diceva così:
Viene una nube tonda
Viene una nube tonda
M’ avvio sul sentiero sacro con un voto per me stesso
Viene una nube tonda
M’ avvio sul sentiero sacro con un voto per me stesso
Poi infilò una lingua di bufalo con la sua lancia e la tirò fuori dal bricco.
Tutti gli heyoka, allora, si avvicinarono al bricco ed estrassero pezzi di bufalo con le mani nude. Poi si dispersero tra la folla portando pezzi di lingua di bufalo dovunque ci fossero seduti uomini di mezza età o più vecchi, ed offrendoglieli. Gli uomini, condividendo l’offerta di cibo, rispondevano: “Haye”. Ognuno rese omaggio al capo degli heyoka ed al nuovo heyoka. Dopo, per la gioia della folla, gli heyoka si esibirono in molte azioni comiche e buffe (com’è nella loro natura). Il nuovo heyoka aveva onorato i suoi obblighi verso gli esseri tuono, e la gente era felice per lui.
Un giorno, si dice, che un altro uomo - che aveva ricevuto una visione – dopo essersi vestito secondo l’usanza heyoka, andò in giro per il villaggio facendo scherzi heyoka. I capelli scendevano sciolti, e su un solitario nodo di capelli aveva legato una fila di piume di ali di cervo. Aveva il torso dipinto di rosso e, sulle membra, aveva dipinto delle strisce a zigzag vermiglione che rappresentavano gli Uomini Tuono. Su piedi e mani aveva tracciato disegni forcuti. Indossò la sua veste di bufalo – con il pelo rivolto fuori – annodata all’altezza della gola. Portava un’imitazione d’arco ed alcune frecce storte insieme ad un tamburo colorato di rosso. Mentre bussava sul tamburo cantava questa canzone:
Il potere del sole fa battere il mio cuore
Torceva il corpo da una parte all’altra, mentre danzava in giro per il campo guardando a destra e manca. Ogni tanto soffiava s’un flauto ricavato da un osso d’ala d’aquila. Non faceva il prelievo dal bricco perché aveva ancora paura degli esseri tuono. Comunque, questa volta nel rispetto del rito, prelevò dal bricco. Lo fece una seconda volta ed ancora una terza. Da quel momento non ebbe più paura degli esseri tuono e si considerò un heyoka completo.
Gli heyoka erano chiamati i “Non Grandi Fratelli”*. Parlavano ed agivano al contrario. Formarono una Società Heyoka e scelsero un giorno per celebrare la loro festa. Compievano i loro riti e le loro cerimonie cantando le canzoni heyoka alla gente. Circondavano il villaggio eseguendo le loro danze, cantando le loro canzoni, percuotendo il tamburo mentre cantavano. Non ballavano nel modo tradizionale ma saltando su e giù.
* Non Grandi Fratelli (Ciyeku Sni)
I membri della Società Heyoka potevano evocare tanto la parte luminosa che la parte scura del Mistero Finale (Taku Wakan) e, per questo, dai giovani del cerchio del villaggio, non erano considerati modelli da imitare. I membri delle società guerriere erano i Grandi Fratelli (Ciyekupi) dei giovani che mostravano capacità da combattenti. I guerrieri più famosi promettevano ai giovani che gli stavano più dietro d’insegnargli l’arte della guerra. Nello stesso modo, i giovani che promettevano capacità taumaturgiche, seguivano sempre gli uomini santi del villaggio.
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