KATHLAMET CHINOOK
La narrativa Kathlamet non racconta la nascita ma la fine del mondo.
Colui che arriva al sole è un prosperoso capo che, anche se non in seguito ad una cerimonia ufficiale, è accettato come genero e, generosamente, gli vengono offerti un’infinità di doni. Si pensa che questa storia sia la riflessione ad un’improvvisa catastrofe scaturita da un terribile contagio. Un desiderio di potere, a scapito della gente, che riflette la bramosia di ottenere e monopolizzare il controllo dei beni necessari, controllo arrivato alla foce del fiume Columbia con i bianchi. Lo stereotipo del “mitico carattere naturale”, presumibilmente, era stato ispirato ai Nativi dallo sbalorditivo senso di possesso innato nei bianchi. La distruzione è la conseguenza delle trasgressioni nelle relazioni con i provvidenziali, grandi poteri del mondo.
IL MITO DEL SOLE
In un luogo lontano sorgeva una grande città,
una città composta da cinque città minori.
Un solo uomo governava sull’unica stirpe che abitava questo regno.
L’uomo era solito uscire
Alle prime luci del mattino
Per ammirare, immobile, il sorgere del sole
Un giorno l’uomo disse a sua moglie:
“E se andassi in cerca della luce che fa splendere il sole?”
“Tu pensi che sia così vicina da poterci arrivare?
E vuoi dirigerti verso il sole?”
Gli rispose la moglie
Il giorno dopo
All’alba
L’uomo uscì dalla sua casa
E vide ancora una volta il sorgere del sole
Alla prima luce che sembrava giungere
Proprio da quella direzione
Chiamò sua moglie e disse:
“Mi confezionerai 10 paia di mocassini
e dei gambali per dieci persone”.
La moglie obbedì
Cucì mocassini per dieci persone
Ed altrettanti gambali
Il giorno dopo, all’alba
Lui partì per quello che si prospettava essere un lungo viaggio
E infatti camminò utilizzando tutti i mocassini
Ed i gambali che aveva
Camminò per cinque mesi
E consumò cinque paia di mocassini
E cinque di gambali
E camminò ancora
Per altri cinque mesi
Mettendo fine alle sue scorte di mocassini e di sandali
Infine giunse nel luogo da cui
lei si diffondeva;
arrivò proprio dove sembrava si trovasse la fonte
Della luce del sole.
E lì lui vide una casa
Aprì la porta ed entrò
In quella casa c’era una ragazza
E lui si fermò con lei.
In un angolo di quella abitazione
L’uomo vide appese alle pareti
Frecce, faretre cariche di frecce,
corazze di pelle di alce
corazze di legno
scudi, asce, clave da guerra, monili piumati.
Tutti questi oggetti del corredo di un guerriero
Erano appesi in quell’angolo della casa
Sulla parete opposta
Facevano mostra di sé
Coperte di pelle di capra di montagna
Coperte di alce dipinte
Pelli di bufalo
Vestiti di pelle rivoltata
Denti lunghi, collane di conchiglie
Denti corti
Infine, vicino alla porta
C’era appeso qualcosa
Ma lui non capì bene cosa fosse
L’uomo chiese alla ragazza
“Chi è il proprietario di quelle faretre?”
“Sono della madre di mio padre
Lei le custodisce per quando sarò pronta”
“E di chi sono le corazze di pelle di alce e le frecce?”
“Sono della madre di mio padre. Lei le custodisce in attesa del tempo in cui io sarò pronta”
“E le corazze di legno, gli scudi, le clave di osso e le asce, di chi sono?”
“Sono della madre di mio padre, e miei”.
Poi volgendo lo sguardo verso l’altra parete l’uomo chiese ancora:
“Chi è il proprietario di quelle pelli di bufalo, delle coperte di capra di montagna, di quei vestiti di pelle rivoltata?”
“Sono nostre, le custodisce la madre di mio padre in attesa del tempo in cui io sarò matura”.
Lui domandò di tutti quegli oggetti
Chi ne fosse il proprietario
Ed infine pensò
“Io prenderò questa donna”
Scesa la notte
l’anziana donna tornò a casa
attaccò al muro un’altra cosa
una cosa che risplendeva, accecante.
Era quella la luce che stava cercando
e che lui voleva per sé.
L’uomo decise di fermarsi in quella casa
Ci rimase per tanto tempo
Con la giovane donna.
La vecchia
andava via ancora prima dell’alba
E tornava a casa dopo il tramonto
Ogni giorno riportava diversi oggetti,
a volte frecce, a volte pelli, a volte corazze.
Ogni giorno.
Trascorse tanto tempo
E l’uomo cominciò a sentire
nostalgia di casa
Rimase a letto due giorni e due notti
Senza alzarsi.
La vecchia disse alla nipote:
“Avete litigato e lui si è offeso?”
“Non abbiamo litigato
E’ solo che lui sente nostalgia di casa”
Allora la vecchia disse all’uomo:
“Cosa desideri portare con te quando tornerai a casa?
La pelle di bufalo?”
Lui rispose: “No”
“Porterai via le coperte di capra di montagna?”
“No”
“Vorresti forse le corazze di pelle di alce?”
“No”.
Invano l’anziana donna gli mostrò gli oggetti
che si accatastavano in quella parte della stanza
Gli offrì tutto quello che aveva, ma lui voleva solo quella cosa…
Quella cosa unica
Tenuta lontano dalle altre
Quando porterà via con sé quella cosa
conservata lontano dalle altre
lui sarà libero di andarsene
E vagherà per il mondo
Fino a quando i suoi occhi potranno vedere.
Lui voleva a tutti i costi la fonte di quella luce che acceca
il cui splendore si irradia dappertutto
Lui non desiderava altro.
L’uomo, decise di parlarne con la compagna
“Quella donna deve darmi solo una cosa: il suo mantello”
Lei rispose:
“Non te lo darà mai.
In tanti le hanno chiesto di scambiarlo con cose preziosissime
Ma lei non l’ha mai fatto”
L’uomo si infuriò
E si mise a letto
E non si alzò per diversi giorni
La compagna allora
tornò ad offrirgli tutte le cose che possedeva
Gli mostrò tutti gli oggetti degni di un guerriero
che si trovavano ammucchiati in quell’angolo della stanza
Invano, lo implorò di scegliere tra quelle cose
Poi, in silenzio
scoraggiata e stanca
si diresse verso quella cosa tenuta da parte
Si avvicinò a quel mantello e disse solamente
“Lo vuoi? Prendilo!
Ma fai attenzione!
E ricorda che sei stato tu a volerlo
Io ho cercato di darti tutto l’amore che potevo
Non avrei potuto fare altro, dal momento che ti amo.
Prese il mantello
E l’appoggiò sulle spalle del marito
Poi gli consegnò un’ascia di pietra
E gli disse
“Ora puoi tornartene a casa”
E lui se ne andò
tornò sui suoi passi
non si fermò in nessun altro posto.
Arrivò nella città governata dal fratello di suo padre.
E quella cosa che aveva sulle spalle
cominciò a prendere vita
Quella cosa che tanto aveva desiderato, parlò
“Noi due colpiremo la tua città
Noi due colpiremo la tua città”.
Disse quel mantello che lui aveva tanto desiderato.
La sua ragione non riuscì ad opporsi
Fu come spazzata via
E lui espugnò, distrusse, rase al suolo,
la città del fratello di suo padre
E ne uccise tutti gli abitanti
Dopo essere ritornato in sé
vide tutta la devastazione da lui stesso portata
Vide le sue mani insanguinate
E gridò
“Sono pazzo. Ora mi accorgo di cosa realmente sia questa cosa!
Perché mai l’ho desiderata tanto?”
L’uomo allora cercò di togliersi di dosso quella cosa
Senza però riuscirci.
Sembrava che quel mantello
gli si fosse attaccato alla pelle.
L’uomo non poté fare altro che riprendere il suo cammino
E percorse un altro tratto di strada
Giunse nella città governata da un altro fratello del padre
Nuovamente egli perse la ragione
E nuovamente quella cosa parlò
“Noi due colpiremo la tua città
Noi due colpiremo la tua città”
Invano l’uomo cercò di zittirla
Quella cosa non tacque mai
Invano cercò di strapparsela di dosso per buttarla via
La sua mente tornò ad annebbiarsi
E lui distrusse la città dell’altro fratello di suo padre
Come aveva già fatto con quella precedente.
Quando tornò in sé
La città del fratello di suo padre
Era distrutta, sparita
La gente era tutta morta
Lui pianse
Invano cercò di passare tra due tronchi
per tentare di sfilarsi di dosso quel mantello
Quella cosa non si levava
Rimaneva appiccicata al suo corpo
come una seconda pelle
Tentò anche di colpire quella coperta
con dei sassi, scagliandoseli addosso
Ma si accorse che quella cosa
non poteva essere distrutta
Allora lui riprese il suo cammino
Ed arrivò nella città di un altro fratello di suo padre
La cosa che aveva voluto per sé
si rianimò ancora
“Noi due colpiremo la tua città
Noi due compiremo la tua città”
Fu nuovamente accecato
E distrusse anche questa città dell’altro fratello di suo padre
Come aveva fatto nelle due città precedenti
Distruzione, distruzione, distruzione, distruzione.
Ritornò in sé, come era sempre accaduto
E pianse, ancora
E si addolorò per la fine
che lui stesso aveva dato ai suoi parenti.
Per strapparsi di dosso quel mantello
tentò di gettarsi in acqua
ma non c’era modo di liberarsi di quella cosa
Invano si rotolò tra gli arbusti spinosi
Tentando di strappare e fare a brandelli quella cosa
Continuò a colpirsi con sassi sempre più grossi
Fino a che non perse le speranze
E la disperazione lo assalì
Non poteva fare altro che riprendere il cammino
Fino a che giunse in un’altra città
La città di un altro fratello di suo padre
Il mantello prese vita sulle sue spalle
“Noi due colpiremo la tua città
Noi due colpiremo la tua città”
Lui perse la ragione
E portò in quella città
ancora distruzione, distruzione, distruzione, distruzione
E morte
Tornò in sé
quando non c’era più anima viva nella città
E lui era sudicio di sangue
Nelle braccia e nelle mani
“Qa, qa, qa, qa”
il suo corpo era tutto lamento
e disperazione.
Provò ancora a scagliarsi contro le rocce
Ma quella cosa non si strappava né si rompeva
Lui voleva liberarsi di ciò che prima
aveva tanto desiderato
Ma quella cosa restava “impigliata”
tra le sue dita
Il suo cammino riprese, doloroso
Adesso era vicino alla sua stessa città
Sapendo già il destino
che l’attendeva
Lui cercò di fermarsi, di non proseguire
Ma quella cosa sembrava
tirarlo per i piedi proprio in quella direzione
Una volta vicino alla meta
La sua mente si offuscò
E lui distrusse, annientò, rase al suolo
La sua stessa città
Uccise tutti i suoi parenti
Quando ritornò in sé
La sua città era sparita
Dove prima si ergevano le case
I morti ricoprivano la terra
I suoi lamenti e la sua disperazione
Riempirono l’aria
“Qa, qa, qa, qa”.
Si buttò nel fiume
Tentando, ancora, di liberarsi di quella cosa
Ma non ottenne alcun risultato
Addirittura arrivò a gettarsi da un dirupo roccioso
Pensando, sperando
“magari cadendo mi riduco in mille pezzi”
ma restò vivo e incolume
come la cosa che aveva addosso
Senza più speranza di liberazione da quel mantello
non faceva che piangere
attanagliato dalla disperazione.
Poi, improvvisamente, guardandosi alle spalle
Vide che c’era lei, la vecchia
“Tu” gli disse la donna
“invano ho cercato di dimostrarti il mio amore
per te e per la tua gente.
Perché, dunque, adesso piangi?
Tutto è dipeso da te
Tu hai voluto portarti via il mio mantello”.
Lei tolse dalle spalle dell’uomo
ciò che le apparteneva
E se lo portò via
Semplicemente lo lasciò lì da solo
E se ne tornò a casa
Lui rimase lì
Poco lontano da dove si ergeva un tempo la sua città
E si costruì una casa
Una piccola casa.
lo scarabeo che caccia l'aquila
mercoledì 9 febbraio 2022
IL MITO DEL SOLE
KATHLAMET CHINOOK
La narrativa Kathlamet non racconta la nascita ma la fine del mondo.
Colui che arriva al sole è un prosperoso capo che, anche se non in seguito ad una cerimonia ufficiale, è accettato come genero e, generosamente, gli vengono offerti un’infinità di doni. Si pensa che questa storia sia la riflessione ad un’improvvisa catastrofe scaturita da un terribile contagio. Un desiderio di potere, a scapito della gente, che riflette la bramosia di ottenere e monopolizzare il controllo dei beni necessari, controllo arrivato alla foce del fiume Columbia con i bianchi. Lo stereotipo del “mitico carattere naturale”, presumibilmente, era stato ispirato ai Nativi dallo sbalorditivo senso di possesso innato nei bianchi. La distruzione è la conseguenza delle trasgressioni nelle relazioni con i provvidenziali, grandi poteri del mondo.
IL MITO DEL SOLE
In un luogo lontano sorgeva una grande città,
una città composta da cinque città minori.
Un solo uomo governava sull’unica stirpe che abitava questo regno.
L’uomo era solito uscire
Alle prime luci del mattino
Per ammirare, immobile, il sorgere del sole
Un giorno l’uomo disse a sua moglie:
“E se andassi in cerca della luce che fa splendere il sole?”
“Tu pensi che sia così vicina da poterci arrivare?
E vuoi dirigerti verso il sole?”
Gli rispose la moglie
Il giorno dopo
All’alba
L’uomo uscì dalla sua casa
E vide ancora una volta il sorgere del sole
Alla prima luce che sembrava giungere
Proprio da quella direzione
Chiamò sua moglie e disse:
“Mi confezionerai 10 paia di mocassini
e dei gambali per dieci persone”.
La moglie obbedì
Cucì mocassini per dieci persone
Ed altrettanti gambali
Il giorno dopo, all’alba
Lui partì per quello che si prospettava essere un lungo viaggio
E infatti camminò utilizzando tutti i mocassini
Ed i gambali che aveva
Camminò per cinque mesi
E consumò cinque paia di mocassini
E cinque di gambali
E camminò ancora
Per altri cinque mesi
Mettendo fine alle sue scorte di mocassini e di sandali
Infine giunse nel luogo da cui
lei si diffondeva;
arrivò proprio dove sembrava si trovasse la fonte
Della luce del sole.
E lì lui vide una casa
Aprì la porta ed entrò
In quella casa c’era una ragazza
E lui si fermò con lei.
In un angolo di quella abitazione
L’uomo vide appese alle pareti
Frecce, faretre cariche di frecce,
corazze di pelle di alce
corazze di legno
scudi, asce, clave da guerra, monili piumati.
Tutti questi oggetti del corredo di un guerriero
Erano appesi in quell’angolo della casa
Sulla parete opposta
Facevano mostra di sé
Coperte di pelle di capra di montagna
Coperte di alce dipinte
Pelli di bufalo
Vestiti di pelle rivoltata
Denti lunghi, collane di conchiglie
Denti corti
Infine, vicino alla porta
C’era appeso qualcosa
Ma lui non capì bene cosa fosse
L’uomo chiese alla ragazza
“Chi è il proprietario di quelle faretre?”
“Sono della madre di mio padre
Lei le custodisce per quando sarò pronta”
“E di chi sono le corazze di pelle di alce e le frecce?”
“Sono della madre di mio padre. Lei le custodisce in attesa del tempo in cui io sarò pronta”
“E le corazze di legno, gli scudi, le clave di osso e le asce, di chi sono?”
“Sono della madre di mio padre, e miei”.
Poi volgendo lo sguardo verso l’altra parete l’uomo chiese ancora:
“Chi è il proprietario di quelle pelli di bufalo, delle coperte di capra di montagna, di quei vestiti di pelle rivoltata?”
“Sono nostre, le custodisce la madre di mio padre in attesa del tempo in cui io sarò matura”.
Lui domandò di tutti quegli oggetti
Chi ne fosse il proprietario
Ed infine pensò
“Io prenderò questa donna”
Scesa la notte
l’anziana donna tornò a casa
attaccò al muro un’altra cosa
una cosa che risplendeva, accecante.
Era quella la luce che stava cercando
e che lui voleva per sé.
L’uomo decise di fermarsi in quella casa
Ci rimase per tanto tempo
Con la giovane donna.
La vecchia
andava via ancora prima dell’alba
E tornava a casa dopo il tramonto
Ogni giorno riportava diversi oggetti,
a volte frecce, a volte pelli, a volte corazze.
Ogni giorno.
Trascorse tanto tempo
E l’uomo cominciò a sentire
nostalgia di casa
Rimase a letto due giorni e due notti
Senza alzarsi.
La vecchia disse alla nipote:
“Avete litigato e lui si è offeso?”
“Non abbiamo litigato
E’ solo che lui sente nostalgia di casa”
Allora la vecchia disse all’uomo:
“Cosa desideri portare con te quando tornerai a casa?
La pelle di bufalo?”
Lui rispose: “No”
“Porterai via le coperte di capra di montagna?”
“No”
“Vorresti forse le corazze di pelle di alce?”
“No”.
Invano l’anziana donna gli mostrò gli oggetti
che si accatastavano in quella parte della stanza
Gli offrì tutto quello che aveva, ma lui voleva solo quella cosa…
Quella cosa unica
Tenuta lontano dalle altre
Quando porterà via con sé quella cosa
conservata lontano dalle altre
lui sarà libero di andarsene
E vagherà per il mondo
Fino a quando i suoi occhi potranno vedere.
Lui voleva a tutti i costi la fonte di quella luce che acceca
il cui splendore si irradia dappertutto
Lui non desiderava altro.
L’uomo, decise di parlarne con la compagna
“Quella donna deve darmi solo una cosa: il suo mantello”
Lei rispose:
“Non te lo darà mai.
In tanti le hanno chiesto di scambiarlo con cose preziosissime
Ma lei non l’ha mai fatto”
L’uomo si infuriò
E si mise a letto
E non si alzò per diversi giorni
La compagna allora
tornò ad offrirgli tutte le cose che possedeva
Gli mostrò tutti gli oggetti degni di un guerriero
che si trovavano ammucchiati in quell’angolo della stanza
Invano, lo implorò di scegliere tra quelle cose
Poi, in silenzio
scoraggiata e stanca
si diresse verso quella cosa tenuta da parte
Si avvicinò a quel mantello e disse solamente
“Lo vuoi? Prendilo!
Ma fai attenzione!
E ricorda che sei stato tu a volerlo
Io ho cercato di darti tutto l’amore che potevo
Non avrei potuto fare altro, dal momento che ti amo.
Prese il mantello
E l’appoggiò sulle spalle del marito
Poi gli consegnò un’ascia di pietra
E gli disse
“Ora puoi tornartene a casa”
E lui se ne andò
tornò sui suoi passi
non si fermò in nessun altro posto.
Arrivò nella città governata dal fratello di suo padre.
E quella cosa che aveva sulle spalle
cominciò a prendere vita
Quella cosa che tanto aveva desiderato, parlò
“Noi due colpiremo la tua città
Noi due colpiremo la tua città”.
Disse quel mantello che lui aveva tanto desiderato.
La sua ragione non riuscì ad opporsi
Fu come spazzata via
E lui espugnò, distrusse, rase al suolo,
la città del fratello di suo padre
E ne uccise tutti gli abitanti
Dopo essere ritornato in sé
vide tutta la devastazione da lui stesso portata
Vide le sue mani insanguinate
E gridò
“Sono pazzo. Ora mi accorgo di cosa realmente sia questa cosa!
Perché mai l’ho desiderata tanto?”
L’uomo allora cercò di togliersi di dosso quella cosa
Senza però riuscirci.
Sembrava che quel mantello
gli si fosse attaccato alla pelle.
L’uomo non poté fare altro che riprendere il suo cammino
E percorse un altro tratto di strada
Giunse nella città governata da un altro fratello del padre
Nuovamente egli perse la ragione
E nuovamente quella cosa parlò
“Noi due colpiremo la tua città
Noi due colpiremo la tua città”
Invano l’uomo cercò di zittirla
Quella cosa non tacque mai
Invano cercò di strapparsela di dosso per buttarla via
La sua mente tornò ad annebbiarsi
E lui distrusse la città dell’altro fratello di suo padre
Come aveva già fatto con quella precedente.
Quando tornò in sé
La città del fratello di suo padre
Era distrutta, sparita
La gente era tutta morta
Lui pianse
Invano cercò di passare tra due tronchi
per tentare di sfilarsi di dosso quel mantello
Quella cosa non si levava
Rimaneva appiccicata al suo corpo
come una seconda pelle
Tentò anche di colpire quella coperta
con dei sassi, scagliandoseli addosso
Ma si accorse che quella cosa
non poteva essere distrutta
Allora lui riprese il suo cammino
Ed arrivò nella città di un altro fratello di suo padre
La cosa che aveva voluto per sé
si rianimò ancora
“Noi due colpiremo la tua città
Noi due compiremo la tua città”
Fu nuovamente accecato
E distrusse anche questa città dell’altro fratello di suo padre
Come aveva fatto nelle due città precedenti
Distruzione, distruzione, distruzione, distruzione.
Ritornò in sé, come era sempre accaduto
E pianse, ancora
E si addolorò per la fine
che lui stesso aveva dato ai suoi parenti.
Per strapparsi di dosso quel mantello
tentò di gettarsi in acqua
ma non c’era modo di liberarsi di quella cosa
Invano si rotolò tra gli arbusti spinosi
Tentando di strappare e fare a brandelli quella cosa
Continuò a colpirsi con sassi sempre più grossi
Fino a che non perse le speranze
E la disperazione lo assalì
Non poteva fare altro che riprendere il cammino
Fino a che giunse in un’altra città
La città di un altro fratello di suo padre
Il mantello prese vita sulle sue spalle
“Noi due colpiremo la tua città
Noi due colpiremo la tua città”
Lui perse la ragione
E portò in quella città
ancora distruzione, distruzione, distruzione, distruzione
E morte
Tornò in sé
quando non c’era più anima viva nella città
E lui era sudicio di sangue
Nelle braccia e nelle mani
“Qa, qa, qa, qa”
il suo corpo era tutto lamento
e disperazione.
Provò ancora a scagliarsi contro le rocce
Ma quella cosa non si strappava né si rompeva
Lui voleva liberarsi di ciò che prima
aveva tanto desiderato
Ma quella cosa restava “impigliata”
tra le sue dita
Il suo cammino riprese, doloroso
Adesso era vicino alla sua stessa città
Sapendo già il destino
che l’attendeva
Lui cercò di fermarsi, di non proseguire
Ma quella cosa sembrava
tirarlo per i piedi proprio in quella direzione
Una volta vicino alla meta
La sua mente si offuscò
E lui distrusse, annientò, rase al suolo
La sua stessa città
Uccise tutti i suoi parenti
Quando ritornò in sé
La sua città era sparita
Dove prima si ergevano le case
I morti ricoprivano la terra
I suoi lamenti e la sua disperazione
Riempirono l’aria
“Qa, qa, qa, qa”.
Si buttò nel fiume
Tentando, ancora, di liberarsi di quella cosa
Ma non ottenne alcun risultato
Addirittura arrivò a gettarsi da un dirupo roccioso
Pensando, sperando
“magari cadendo mi riduco in mille pezzi”
ma restò vivo e incolume
come la cosa che aveva addosso
Senza più speranza di liberazione da quel mantello
non faceva che piangere
attanagliato dalla disperazione.
Poi, improvvisamente, guardandosi alle spalle
Vide che c’era lei, la vecchia
“Tu” gli disse la donna
“invano ho cercato di dimostrarti il mio amore
per te e per la tua gente.
Perché, dunque, adesso piangi?
Tutto è dipeso da te
Tu hai voluto portarti via il mio mantello”.
Lei tolse dalle spalle dell’uomo
ciò che le apparteneva
E se lo portò via
Semplicemente lo lasciò lì da solo
E se ne tornò a casa
Lui rimase lì
Poco lontano da dove si ergeva un tempo la sua città
E si costruì una casa
Una piccola casa.
Stella Della Sera
KURUK
La tribù Kuruk (o Karok) vive nella parte alta del fiume Klamat (N/O California). Con gli Yurok e gli Hupa, per quanto la lingua Kuruk non abbia relazioni con le altre due, esprimono l’identità culturale che caratterizza questa area. La letteratura orale tradizionale di questa regione, in larga parte, consiste in miti ambientati in un tempo antico, precedente all’esistenza degli esseri umani. I personaggi dei miti sono persone/spiriti (ikxarèeyav), molti dei quali hanno nomi come Coyote, Orso e Cervo. Queste leggende finiscono regolarmente con l’affermazione che la vita degli esseri umani che devono ancora arrivare ad esistere sarà esattamente come sta ordinando la persona/spirito. A dimostrazione, dopo aver fornito il salmone e il granturco, Coyote afferma che gli uomini vivranno di loro. Alla fine della storia molti spiriti/persone sono trasformati nel primo esemplare della specie animale come la conosciamo oggi; gli altri rimangono nel mondo intangibile.
I Kuruk si rivolgono alle persone/spiriti quando hanno bisogno dei loro favori. Per tanto, per esempio, prima che un cacciatore salga in montagna, fa una medicina chiedendo allo stesso Cervo il permesso di poterlo uccidere. Le “formule” più comuni sono preghiere e canzoni imparate dai familiari più anziani, e sono considerate proprietà preziose da tenere segrete. Il materiale cantato della formula è, generalmente, molto breve. Qualche volta è composto soltanto da “parole canzoni”, vocaboli senza significato e comparabili all’italiano: tra-la-la. Altre consistono in poche frasi corte ma ripetute diverse volte. Le canzoni d’amore (chiihvìichva) come Evening Star sono, nei fatti, una forma di medicina d’amore: formule magiche per attirare la persona amata.
Stella Della Sera
Stella Della Sera viveva lì,
insieme al suo amore.
E, per tanto tempo, vissero felici.
Ma, un giorno, bisticciarono,
oh, si azzuffarono,
bisticciarono.
E lui tornò a casa,
Stella Della Sera se ne andò.
Andò lontano.
E, alla fine, se ne andò in giro,
in giro per tutto il mondo.
E la donna pensò,
“Oh, amore mio!
Come potrò rivederti,
mio dolce cuore?”
Oh, si sentiva sola,
si lasciò cadere
sul gradino della porta.
“Oh, come sono sola!
Oh, in che modo m’ha lasciato!”
Pensava.
E, così, il giorno dopo,
alla sera, si rilasciò cadere.
“Cosa posso fare?”
E pensò,
“Dovrei fare una canzone,
così lo potrò rivedere,
il mio amore.”
Il giorno dopo ancora,
tornò a lasciarsi cadere sul gradino.
E cantò una canzone,
sperando,
“Lo rivedrò ancora.”
Ii ii ii iiya
aa ii ii iiya
aa ii ii iiya
oh, m’hai lasciato
oh, amor mio
Oh, sono sola
oh, per un bisticcio
oh, amor mio
oh, Stella Della Sera
oh, ina ina
Oh, m’hai lasciato
oh, per un bisticcio
oh, amor mio
oh, amor mio
oh, amor mio
Se andrai allo sbocco ina
della fine della terra
io andrò oltre la fine
e capirai inaa
oh, amor mio
Oh, di stare insieme
oh, stare insieme
oh, amor mio
oh, sono sola
oh, amor mio
e capirai ina
oh, amore mio
oh, per un bisticcio
te ne sei andato
alla fine della terra
senza più una casa
devi girare intorno
fino al centro della terra
qui
rotoleremo insieme
sul tuo petto
rotoleremo insieme
Oh, amor mio
oh, Stella Della Sera
oh, Stella Della Sera
capirai ina
quando gli Uomini verranno
lo faranno anche loro
se anche v’azzuffate
tu e il tuo amore
trovate la mia canzone
e capirete ina
di stare insieme
io ve l’ho insegnato ina
oh, amor mio
Quando lei aveva finito,
di cantare al suo amore,
Stella Della Sera capì:
“Oh, sono solo,
penso solo al mio amore,
la devo ritrovare!”
Aveva perso il cuore,
ma lo ritroverà.
Qui nel centro della terra,
s’incontrarono ancora,
e lui ritrovò il cuore
quando Stella Della Sera e il suo amore tornarono insieme.
E lei parlò così
la donna lo disse,
“Quando gli Uomini verranno,
se una donna sarà lasciata,
ritroverà il suo lui,
con la mia canzone.
Ritornerà da lì,
fosse andato fino alla fine del mondo.”
E Stella Della Sera fu trasformato in una grande stella del cielo.
Canzone d'addio
LA CANZONE DEL CAVALLO
NAVAJO
Fra le centinaia di canzoni Navajo trascritte, questa cerimonia di benedizione, si distingue per la grande varietà di metafore usate che, nella poetica dei Nativi Americani, è alquanto inusuale. La cerimonia viene celebrata per garantirsi una grazia, la buona fortuna, la prosperità, o l’incremento dei beni vitali – i cavalli sono il simbolo di questi desiderati fini. Una benedizione che si può fare quando si inaugura una nuova casa, quando si parte per un viaggio, quando si aspetta un bambino, o nell’esigenza di un rinnovamento fisico o spirituale. Può essere usata per la “ricarica di potere” di un gruppo di strumenti cerimoniali. Le Canzoni del Cavallo non sono parte di tutte le cerimonie per le richieste di grazie ma, principalmente, di quelle che includono i viaggi, i beni necessari, o la salute. La Canzone del Cavallo del Dio della Guerra, nel suo titolo originario, è una delle canzoni Navajo più tradotte e pubblicate in America.
Alla fine di ogni canzone è riportata la spiegazione che ne dava la voce narrante.
LA CANZONE DEL CAVALLO
He-neye yana,
Con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Donna Conchiglia Bianca, na, il suo bambino, perché è questo che sono, na,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Portatore Del Disco Del Giorno, ye, suo figlio, ’e, perché è questo che sono, na,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Ragazzo Turchese, perché è questo che sono, na,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
L’arcobaleno, iye, dov’è blu, wo, sono lì, iye,
ora, lì sopra dove s’inarca, ora, dove tocca la terra, yiye,
questa parte più vicina,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Questo significa, “lì sopra dove s’inarca l’arcobaleno, dove finisce con il blu, poco lontano dalla fine, loro mi stanno chiamando”. La madre gli ha detto che quel suono è un cavallo. Lui aveva chiesto: “Cos’è questo suono? E’ qualcosa di male che viene dalle battaglie che ho combattuto recentemente?” Lei aveva risposto: “No, questo è il suono dei cavalli che arriva da dove vive tuo padre”. Lui stava andando a casa di suo padre. La strada sull’arcobaleno finiva sul posto dove era la casa del Sole. Lì, probabilmente, prima che raggiungesse la fine aveva sentito i cavalli.
Ragazzo in Piedi Fra il Portatore Del Disco Del Sole, ye, i suoi cavalli, i’e,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Il Ragazzo Fra Sole In Piedi e i suoi cavalli: sta parlando dell’altro fratello, il figlio del Sole che vive la sopra. Perché i cavalli vengono da lì, Ammazza Nemici sente i suoi cavalli. I cavalli del figlio del Sole mi stanno chiamando. Il figlio del Sole, i suoi cavalli lo stanno chiamando. “In Piedi Fra” si rivolge a sua madre. Il figlio del Sole, il discendente del Sole, i suoi cavalli mi stanno chiamando.
I cavalli turchesi, quelli sono i miei cavalli, i’e,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
I suoi zoccoli, scuro, iye, brocche per l’acqua,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
La piccola brocca d’acqua è fatta con il suo piede. Si riferisce agli zoccoli.
Le rane dei sottozoccoli, ye, punte per le frecce,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Qui si riferisce alla punta della freccia intagliata dallo zoccolo, dalla parte di sotto.
Gli zoccoli striati, ihiye, pietre miraggio,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
I suoi zoccoli erano pietre miraggio.
Dalle gambe davanti, scuro, iye, il vento,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Vuol dire in movimento, correndo veloce.
Le sue gambe sono come zigzaganti fulmini.
Sotto la coda, scuro, iye, ombra di nuvole,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Questo significa l’ombra nera nel cielo che scende dalle nuvole.
Dal suo corpo, ogni tessuto,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
E’ ricoperto, scuro, i, di nuvole,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Vuol dire la loro pelle.
Sul suo corpo, rosso, jiye, sono sparse le fiammate del sole,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
“Le fiammate del sole, rosso”-vuol dire piccoli pezzi di arcobaleno. “Sono sparse sul suo corpo”- le scintille che vedi la notte sul pelo del cavallo.
Portatore Del Disco Del Sole, yeye, ’eye, risplende su loro da prima di loro,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Lontano laggiù, il sole sale davanti a loro e splende su i loro peli.
La groppa, iye, la nuova luna,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
La coda, iye, i raggi di sole,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Le redini, iye, l’arcobaleno,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Quando partono, iye, con l’arcobaleno,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
L’arcobaleno è l’energia che li fa partire velocemente, come la batteria di un’automobile.
La criniera scorre, scura, diye, come pioggia copiosa,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Le orecchie, iye, come germogli,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Significa che le loro orecchie crescono verso l’alto come le piante.
Gli occhi, scuri, iye, grandi stelle,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Poiché le stelle di notte brillano chiare i cavalli possono ritrovare la loro casa anche nell’oscurità.
Sulla faccia, iye, acqua di ogni sorta,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Acqua di sorgente o fiume, che arriva dalla terra. A volte dolce, a volte salata: mischiata con tutti i colori. I cavalli, in ogni luogo, bevono ogni sorta di acqua e, se non è avvelenata, non gli fa male. Se è coperta da uno strato di polvere, la soffiano via. Nello stesso modo, per non inghiottire niente di sporco o di nocivo, soffiano sulla polvere che ricopre l’erba che si apprestano a mangiare. Il segno di questo è la spirale che hanno sulla faccia. E’ il segno di riconoscimento della completezza dell’essere cavallo. Qui sta il bandolo della matassa. Possono mangiare spini, non gli faranno male, o insetti velenosi, non gli faranno male. Mangiano il polline dei fiori più belli cresciuti con le acque più diverse.
Le labbra, wheye, grandi conchiglie,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Si riferisce alle grandi conchiglie che hanno labbra e punti come denti.
I denti, bianchi, ye, conchiglie,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
I suoi denti erano conchiglie.
I nitriti sono fiaccole di fulmini,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
I fulmini furono messi nelle loro bocche per mordere. I morsi dei cavalli fanno male. Parlano precisi come fulmini.
Dalle bocche, scure, iye, risuona musica,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Si riferisce agli strumenti musicali. A quando si fa musica che si porta lo strumento alla bocca. Perché, quando i cavalli furono creati, scuro, nelle loro bocche ci misero quelli che fanno la musica.
Dalle loro bocche, iye, risuona l’alba,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Le loro voci, he, paiono scuro, ora mi raggiungono,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Dalla bocca, iye, all’alba si spande il polline,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Ogni nuova cosa comincia con l’inizio dell’alba. Il cavallo riceve nuova aria dentro la bocca per respirare e suonare con il polline creato all’alba. E’ come quando impari qualcosa; ce l’hai in mente e poi lo usi, e con quello insegni agli altri. Il cavallo non sa quando è stanco o assonnato – non sono fatti come noi. Qualsiasi cosa fosse, quello che gli fu messo in bocca, è quello che non gli fa sentire la stanchezza. Gli è stato messo in bocca perché arrivasse subito alla mente, così non può dimenticarlo.
Polline e rugiada stesi nella bacca, sacro, ye, con i fiori,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Tutti mangiamo tanto di quel cibo che ci piace. I cavalli avranno sempre tanta vegetazione da mangiare: fiori, polline e rugiada. Significa che piante ed acqua ci saranno sempre e, per questo, i cavalli vivranno per sempre. Per questo mangiano ogni sorta di fiori, di polline e d’ acqua.
Le sue redini, iye, i raggi del sole,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Ora! Bellamente alla mia mano, e, al mio braccio destro,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Questo significa che in nessun modo, in futuro, si potrà far male ai cavalli; staranno sempre bene.
Ora! diventano i miei cavalli, ye, da questo giorno,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Ed è lo stesso per me. Oggi diveniamo alleati, ed io sarò il vincitore.
Mai più diminuiranno, ora! si moltiplicheranno,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
I miei cavalli, ora per sempre ritornati a lunga vita e quindi sacri,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
Da quando io, ora me medesimo,
sono il Ragazzo per Sempre Ritornato a Lunga Vita e Quindi Sacro,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, neye yana.
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, yehe,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando,
con le loro voci mi stanno chiamando, ya’e, ne’eya!
COYOTE
NAVAJO
Le storie Navajo su Coyote sono raccontate ai bambini durante le serate invernali perché, si dice, che le creature più pericolose, come ad esempio i serpenti, le lucertole e gli orsi, durante l’inverno vadano in ibernazione; avranno la scintilla col primo temporale primaverile. Coyote è una delle figure mitologiche della cultura Navajo. E’ considerato un semi-Dio e, per questo, serve come messaggero fra le divinità e i Dinè (Gente Navajo). Gli Uomini della Medicina raccontano storie che, comunemente, si riferiscono a cose dette o fatte da Coyote all’inizio di questo mondo (il 5° Mondo), o in uno dei precedenti quattro. Molte di queste storie si riferiscono alle primogeniture di Coyote su certi tipi di comportamento – buoni o cattivi - che gli umani praticano in questo mondo. Quando sta per accadere qualcosa di disdicevole, si dice, che Coyote mandi un segnale di avvertimento, magari interferendo nell’armonia della vita quotidiana della probabile vittima attraversandogli la strada. In altri casi, i suoi precedenti, vengono portati ad esempio come comportamenti da non seguire. Per esempio: Coyote ha rapito il figlio del Mostruoso Essere dell’Acqua perché era rimasto attratto dalla sua tenerezza; dunque: il rapimento è un’azione spregevole perché è stato Coyote il primo a rapire un altro essere vivente.
In principio c’era il Mondo Nero … una massa buia e confusa. Poi, all’inizio, arrivarono le divinità: Primo Uomo e Prima Donna. Arrivarono dai quattro mondi e, Coyote, li ha accompagnati dal primo momento ad oggi.
COYOTE
Fu proprio Coyote a mettere una o due pecore in ogni cortile Navajo.
E proprio perché fu lui a metterle…
da allora…
lui si sente nel giusto se ne ruba una o due per sfamarsi.
Questa è la regola…
dal tempo dei tempi!
Così è detto!
Ma prima che si comprendesse che questa era la legge,
tanto,
tanto tempo fa,
all’inizio del tempo,
la gente mostrò poca tolleranza nei confronti di Coyote,
che fu subito definito Ladro.
“Ma’ii –
gli dissero gli uomini –
riprenditi le tue pecore dal cortile e curatene da solo,
se farai così noi non ti odieremo più e tu potrai saziarti a tuo piacimento”.
“No!
No… cari cugini!
Che orribile pensiero!
Questo non è possibile…
io non saprei neanche come fare.
E poi,
sono sempre in giro e non potrei prendermi cura delle bestie! –
rispose Coyote –
inoltre,
se non ci fossi io a rubarvi le pecore,
voi,
non dovendovi più prendere cura di loro,
diventereste sfaccendati e pelandroni.
Vi scongiuro,
lasciate che le mie pecore restino nei vostri cortili!”.
Questa storia del destino di Coyote spiega perché, a tutt’oggi, Coyote continua a rubare le pecore e a rischiare.
LA CACCIA DEL CERVO
YAQUI
Gli Yaqui o Yoemem (la Gente), come chiamano se stessi, considerano la Canzone del Cervo la loro più antica forma d’arte verbale. La Caccia del Cervo descrive entrambi i mondi: questo e quell’altro; un mondo dove tutte le azioni del danzatore del cervo hanno un parallelismo in quel mitico posto primordiale che gli Yaqui chiamano Sea Ania (Mondo Fiorito). Il Mondo Fiorito è associato con altri posti spirituali come lo Yo Ania (Mondo Incantato), o lo Huya Ania (Mondo Selvatico). Il Mondo Selvatico è la casa di tutti e due: Saila Maso (cervo) e Yevuko Yoleme (prototipo del cacciatore). Le Canzoni del Cervo descrivono l’equivalenza fra queste due parti reali dell’universo Yaqui. Collegano il mondo polveroso della danza con l’etereo Mondo Fiorito, un mondo visibile e uno invisibile, il mondo che è sempre qui con quello che è sempre di là. I Sewam (fiori) sono le chiavi di questa equazione. I fiori sono tutto ciò che di bello e di buono ci arriva dal Mondo Fiorito. Ogni cosa che è animata, influenzata, o toccata dal Sea Ania può essere definita Sewam. Il palcoscenico, Rama (dallo spagnolo ramada), è fatto con gli arbusti del Deserto di Sonora disposti in maniera da suggerire un’apertura nel deserto; perché si crede che, durante la cerimonia, il Rama diventi il Mondo Fiorito.
Alla fine di ogni canzone è riportata la spiegazione che ne dava la voce narrante
LA CACCIA DEL CERVO
Prima devi solo guardare
Dopo lo troverai, lo troverai
Prima devi solo cercare
Dopo lo scoverai, lo scoverai
Prima devi solo aspettare
Dopo lo prenderai, lo prenderai
Aspetta
Lo prenderai
“Sono risalito da una apertura
laggiù nel piccolo bosco ricoperto di fiori”
Una volta che sarà fuori, lo prenderai
Prima devi solo guardare
dopo lo scorgerai, lo prenderai.
“Prima cercalo con gli occhi” dice la canzone. “Quando emerge dagli arbusti, lo vedrai”. “Cercalo che poi lo troverai” così dicono i cacciatori, i pakkolam .
Allora, i pakkolam escono a caccia. Cercano le tracce dell’animale negli anfratti. Si, negli angoli selvatici più nascosti. Oddio! Non sono proprio angoli selvatici quelli in cui si è al cospetto del rama . I cacciatori cammineranno, cammineranno. Poi, fuori dal luogo selvatico, cercheranno quell’animale. E ancora lo cercheranno e così facendo torneranno al cospetto del rama. Così dice la canzone.
Dove cresce l’agave mescal
Lì ci incontreremo
Immobili e saldi come l’agave mescal
Ci incontreremo lì.
Dove si erge l’agave mescal
Ci ritroveremo
Decisi ad aspettare
Fissi e impassibili come l’agave mescal
Che cresce vigorosa
Dove noi ci siamo dati appuntamento.
“E tu sei incantevole, avvoltoio nero di cielo”
“E tu sei incantevole, avvoltoio giallo di terra ”
noi ci incontreremo
dove si erge il legno bianco e l’agave mescal;
insieme parleremo di questo animale.
L’avvoltoio nero e quello giallo si incontreranno dove si erge un albero bianco. “Quando ci incontreremo parleremo di questo animale” dice l’avvoltoio nero. I due parleranno del cervo che intendono mangiare. Il cervo danzerà per questo. L’avvoltoio nero e l’avvoltoio giallo parleranno insieme tra loro dove si erge l’albero bianco.
Loro appaiono in questo mondo quando vedono qualcosa che giace morto per terra. Loro vivono da qualche parte sopra le nostre teste. L’avvoltoio nero e l’avvoltoio tacchino scendono in questo mondo perché vogliono mangiare. Questo dice la canzone. Loro vogliono cacciare e poi mangiare.
È per questo che parlano del cervo. “Laggiù – dicono – c’incontreremo dove si erge l’albero bianco”. Forse anche l’albero è morto. Aspettano insieme laggiù, sotto il sole che li riscalda. Parlano dell’animale, di dove lo soggiogheranno. Sono loro che lo mangeranno. Stanno aspettando da qualche parte laggiù.
Cercano le tracce
Laggiù intorno
“Prendilo per me”
Seguono le tracce
proprio laggiù
“Prendilo per me”
Annusano l’animale
che si trova nel mondo
“Prendilo per me”
Inseguono la preda
“Prendilo per me”
Laggiù c’è un’apertura
che affaccia sul piccolo bosco ricoperto di fiori
Da lì lui verrà fuori
“Tu lo prenderai per me”.
È laggiù nei paraggi
“Cerca le tracce;
prendilo per me”
“Cerca le tracce, laggiù intorno. Manca poco, lo prenderemo” dice la canzone. “Da un’apertura del piccolo bosco ricoperto di fiori, quando arriverà lì, noi lo prenderemo” dicono i pakkolam. “Una volta uscito allo scoperto lo prenderemo” e con questa strofa la canzone finirà, finirà.
Il cervo sarà ucciso, lì nel rama. Intanto quelli che lo aspettano siedono qui. Aspettano seduti tutti e quattro nascosti dietro un cespuglio. Quando saranno lì fermi ad aspettare, il cantore del cervo intonerà questa canzone. Quando starà per iniziare la canzone, il cervo correrà incontro fra i cespugli proprio ai quattro pakkolam che, nella foga di alzarsi, cadranno in avanti l’uno addosso all’altro. L’un l’altro, gridando, si raccomanderanno di non fare rumore. I pakkolam si prenderanno in giro l’uno con l’altro. Il cervo, alla fine della strofa, urtando contro uno lì seduto, scapperà via. Questa volta i pakkolam, sorpresi e spaventati, cadranno indietro. Proprio quando il primo della fila colpirà e così, quando lui scaglierà la freccia, la scaglierà in alto, in alto nell’aria, e getterà l’arco. Allora, gi altri pakkolam, che sono i suoi figli, diranno “come può un uomo grande fare questo, babbo, papa?” e prenderanno in giro l’uomo. Si faranno gioco del padre!
“Arco, dov’è la mia Freccia ?”
“E’ a Punta Storta”
“E’ a Sperduto ce n’è un’altra”
Così i cacciatori si prenderanno in gioco l’uno dell’altro. E uno dirà “No, non l’uomo chiamato Freccia ma la freccia dell’arco”. E poi si metteranno tutti a cercare la freccia di legno…
“E’ qui la freccia che ti appartiene”.
Intanto il cervo è scappato dal rama. Per cercarlo i cacciatori faranno un giro intorno alla croce sul rama. Il cane li seguirà. Fiuterà e seguirà le tracce. Quando le troverà, abbaierà forte.
“Il cane le ha trovate laggiù”, diranno. Ed il cane, ancora una volta, continuerà la sua corsa dietro il cervo. La canzone dice così.
Vado in un posto
Dove non c’è salvezza
Vedo i miei stessi passi
Dirigersi verso la mia rovina
Vado incontro
Alla mia fine
Vado in un luogo
Dove mi aspetta la morte
So che oltre il bosco
Per me non c’è ritorno
Eppure vado ugualmente
Nel luogo da cui non si può ritornare
Sono risalito da quel buco
E mi trovo nel bosco fiorito
Dove si aggirano questi incantevoli
Uomini freccia
In questo posto non avrò scampo
Eppure ci vado
E’ questa la fine del cervo. Lui è uscito dal suo mondo, ha visto l’apertura e se ne è tirato fuori. “In nessun posto potevo trovare la mia salvezza” dice. “Va bene qui, dove ci sono gli uomini freccia, gli vado incontro” ci dice.
Certo, lui non sa esattamente quello che vuole e quello che desidera. Per questo va dove ci sono loro. “Vado verso la mia rovina” dice il cervo; da un’apertura del bosco selvatico al mondo selvatico. Il cervo parla così. È proprio il cervo a dire questo. Lui è saltato fuori, verso il mondo selvatico. La canzone prosegue.
Sebbene io fossi ben nascosto nel bosco selvatico
Sto correndo fuori
La mia corona di corna mi tradisce
Smuove i rami dei cespugli
Riparato nel fondo del bosco
Ne sono uscito
Ora la mia corona svela la mia presenza
Intricandosi tra i rami dei cespugli
Dal mio rifugio nel bosco selvatico
Ho deciso di venire fuori allo scoperto
E’ tutta colpa delle mie grandi corna
Più alte dei rami dei cespugli
Dove si impigliano
Potrei rimanere nascosto nel bosco
Invece sto correndo fuori
La mia corona di corna svela la mia presenza
Smuove i rami dei cespugli
Il cervo comincia a correre e tenta di nascondersi. Corre verso la prateria. Ma le sue corna agitano la boscaglia. Lui sa tutto ciò che gli sta accadendo e lo racconta. Ed ecco il significato di quello che dice. “Nascosto al sicuro del piccolo bosco selvaggio, sto correndo fuori”, dice. “Le mie corna mi tradiscono. Si vedono muoversi tra i rovi” dice il cervo. Lui sa di avere grandi corna. E la canzone prosegue.
Piccolo bosco ricoperto di fiori, ti vengo incontro
Ti sto parlando
Piccolo bosco di fiori, sto arrivando
E ti parlo
Adesso vado verso il bosco fiorito
E mi rivolgo a lui
Mentre mi incammino laggiù
…attraverso il varco
del piccolo bosco ricoperto di fiori
dietro di me
vedo questi incantevoli uomini freccia.
E’ questo che vedo alle mie spalle
E te lo dico, piccolo bosco fiorito.
Mentre la canzone avanza verso il finale, il cervo continua a correre. E mentre corre parla rivolgendosi al mondo che lo circonda. Scappa, e chiede aiuto al mondo selvatico in cui è caduto. “Piccolo bosco ricoperto di fiori” dice “Sto arrivando da te e ti parlo”.
Il cervo vuole che qualcuno parli per lui. Vuole che il mondo selvatico parli per lui. Come potrà parlare per lui? Non c’è una risposta, la canzone dice solo questo. Quel povero essere vuole che qualcuno abbia la benevolenza di parlare per lui. Il cervo non vuole morire e lo dichiara nella canzone. E la canzone continua.
Voi siete fratelli
Prendete la mira, di comune accordo tra voi
Dopo aver preso la mira
Colpite insieme
Avete lo stesso sangue
Tirate bene e fatelo in accordo tra voi
Annuendo l’un l’altro
Colpite insieme
Mirate, dunque, lanciate
Convinti di colpire
In pace tra voi
Insieme colpite
Io mi trovo lì
Al centro dell’apertura
Sul piccolo bosco ricoperto di fiori
“Stiamo correndo”.
La mia bava diventa fiore
Calpesto polvere che diviene fiore
“Stiamo inseguendo”
Tirate bene, di comune accordo,
tirate tutti insieme.
Questa parte della canzone riguarda i cacciatori che sono impegnati nell’inseguire il cervo. E infatti loro continuano a correre, scagliando contro l’animale le loro frecce. E fanno come i ragazzini quando inseguono qualcosa o qualcuno. “Corrono verso un’apertura del piccolo bosco” dice la canzone. “Correndo come persone che diventano fiore, bava/polvere/fiore” dice la canzone che prosegue: “Tirate bene, di comune accordo” dice “Ricordatevi che siete fratelli”. La canzone dice questo e continua.
Dove stanno lanciando le loro frecce?
Le tirano nel bosco
A cosa stanno mirando?
Stanno mirando all’aria
Cosa stanno colpendo?
Non colpiscono nessuno.
Io mi trovo laggiù
In un’insenatura
Immerso nel bosco coperto di fiori
Con la bava divenuta fiore
Con la polvere diventata fiore
“Stiamo correndo”
dove stanno tirando?
Stanno tirando nel nulla
I pakkolam corrono e cercano di colpire il cervo con le loro frecce. “Ma dove tirano?” domanda la canzone. “Tirano al nulla” risponde. I pakkolam inseguono il cervo ma dentro stanno già cantando. “Laggiù in un’apertura sul piccolo bosco, con la bava diventata fiore, con la polvere diventata fiore, stanno correndo” dice la canzone. Tirano senza colpire. La canzone dice solo questo.
Non volendo morire
Districandosi tra i rovi del bosco selvatico
Non volendo cedere
Divincolandosi tra le sterpaglie del bosco selvatico
Rifiutandosi di soccombere
Correndo tra i rami del bosco selvatico
Non volendo ammettere la sua fine
Sferzato dai fuscelli del bosco selvatico
Io sono laggiù
Correndo nel piccolo bosco coperto di fiori
E cerco di correre
dimenandomi, ferendomi,
ad ogni incantevole cespuglio
non volendo morire
districandomi tra i rovi del bosco selvatico
Il cervo corre verso il mondo selvatico. Volendo salvarsi, lui cerca rifugio nel mondo selvatico e vuole entrarci. “Voglio entrare nel mondo selvatico” dice. “Non volendo morire voglio entrare nel mondo selvatico”, lo stesso cervo dice questo, mentre continua a correre per salvarsi.
Esausto per il troppo correre, adesso rallento il passo
Malgrado la stanchezza continuo a correre
Esausto per il troppo correre, adesso rallento il passo
Cammino dopo aver perso il fiato nella corsa
Nonostante la stanchezza, procedo nella fuga
Esausto dal correre, adesso cammino
Ho corso troppo, adesso cammino
Ho corso troppo ma non mi fermo
La fuga mi ha sfinito
Ma non mi fermo ed avanzo
Rallentando il passo
Io sto camminando laggiù
Lungo un sentiero
Attraverso il piccolo bosco ricoperto di fiori
E continuo a camminare
Con la testa china
Verso la terra
E continuo a camminare
Con la bava alla bocca
Continuo a scappare
Nonostante io sia esausto per il troppo correre
Continuo a camminare
Per salvarmi
“Esausto per il troppo correre” dice la canzone. “Esausto per il troppo correre, continui a camminare”. Stanco, camminando, agitandosi tra i rami estremi alla fine del piccolo bosco, il cervo procede nella sua corsa. Con la testa china verso la terra, con la bava intorno alla bocca, sta camminando. Stanco, camminando, lo stesso cervo si racconta e lo fa in questo modo.
Mai più
Io sarò in questo mondo
né camminerò ramingo
non ci sarò mai più
Io non ci sarò domani
Non camminerò più
Su questa terra
Non ci sarò mai più
Ma cammino ancora
Laggiù
Nel sentiero racchiuso nel piccolo bosco fiorito
Ammetto… l’arco di Yevuku Yelome
Mi ha sconfitto incantevolmente
La freccia di bamboo di Yevuku Yelome
Mi ha vinto meravigliosamente
Mai più la mia ombra
Si poggerà su questa terra
Non camminerò più in questo mondo
E qui il cervo cade. “Mai più io sarò qui, né camminerò ramingo” dice. Il cervo sta per essere ucciso, sta per morire. “L’arco di legno di Yevuku Yelome”, dice. Vuol dire che un arco di legno lo ha sconfitto incantevolmente. “Con l’arco bastone di Yevuku Yelome sono stato sconfitto incantevolmente”. E’ lo stesso cervo a raccontare la sua fine. Lui usa queste parole.
Mentre sta morendo, mentre agonizzante va a morire, dice questo. Come coloro che andando in guerra felici accettano di poter morire sul campo di battaglia, e proprio lì dirigeranno i loro passi , così fa il cervo.
Le mie zampe si trovano sulla mia corona di corna
Ma cosa mi sta succedendo?
Che posizione è quella in cui mi trovo?
Cosa mi è accaduto?
La mia corona di corna è sovrastata dalle mie zampe
Non era mai accaduto questo
Io sto ancora camminando
Laggiù
Lungo il sentiero che attraversa il piccolo bosco coperto di fiori
Ammetto…. L’uomo fiore con il suo arco di legno
Mi ha preso
L’uomo fiore, armato di freccia e bastone divenuto fiore
Mi ha sconfitto incantevolmente
È ancora il cervo a descrivere la sua condizione, mentre viene trasportato. I cacciatori lo hanno ucciso, i pakkolam, gli uomini cacciatori. Io pure uccido i cervi. Ed anch’io metto le zampe sulle corna dell’animale quando devo trasportarlo dopo averlo ucciso. La canzone dice questo. “Le mie zampe sono sulla corona di corna, cosa mi sta accadendo?”. Accade che le sue zampe sono state messe lì dai cacciatori, per permettere un più facile trasporto del corpo. Lui stesso descrive la sua condizione, usando queste parole e cantando la sua tragica vicenda.
È stato ucciso, ucciso da un arco di legno.
Ucciso e preso, ucciso e preso
Lì nel selvatico
Sono stato ucciso e preso
Sono stato colpito infine
Lì nel bosco fiorito
Ucciso e portato via
Mi hanno catturato e trasportato
Colpito a morte e portato via
Yevuku Yelome mi ha sconfitto
incantevolmente
Laggiù
Nel centro del piccolo bosco fiorito
L’incantevole Yevuku Yelome
Mi ha battuto meravigliosamente
Ucciso e preso
Lì nel bosco fiorito
Adesso il cervo entra nel “rama”, viene trasportato lì. E continua a raccontare la sua stessa fine. “Sono stato ucciso e preso. Lì nel selvatico, sono stato ucciso” dice. “Gli incantevoli uomini cacciatori mi hanno preso” dice “Morte mi hai preso” dice.
Sei disteso sulle frasche
Animale divenuto fiore
Corpo divenuto fiore
Adesso sei esanime sulla legna
Animale fiorito, corpo fiorito
Ed il corpo è un fiore
E sei esanime disteso sulla brace
“Io sono di Yevuku Yelome
il mio corpo è ricoperto di fiori
i fiori dal mondo incantato”.
Ormai sta riposando in quel mondo
l’animale ricoperto di fiori
dal corpo divenuto fiore.
Queste parole sono pronunciate dai cantanti che si rivolgono al cervo. “Sei disteso sulle frasche, animale ricoperto di fiori, corpo divenuto fiore” recita la canzone. “Nel patio fiorito di Yevuku Yelome arriva ogni pianta del mondo selvatico. E tu ti trovi ormai disteso su quelle frasche, animale ricoperto di fiori, dal corpo divenuto fiore” dice la canzone. Distendici il cervo sopra. Ogni pianta va bene. Sul pakko c’è sempre del legno di cotone. Buttalo sul rama e sulla strada ci sarà del legno di cotone. Questo va bene per lui, per il cervo. Lì è il luogo in cui sarà macellato, dove i pakkolam lo macelleranno. Quando l’avranno messo lì sopra, sarà coperto con un vecchio sacco o una coperta. E la canzone riprende quando il cervo viene disteso sulla legna. Ma allora, il flauto suonerà diversamente; comincerà ad intonare un’altra canzone. Mentre lo distendono sulle frasche, i flauti iniziano a suonare la canzone della Mosca Chiazzata. I cantori del cervo non sanno la canzone della Mosca Chiazzata, solo i flauti la conoscono. Allora, i pakkolam reciteranno con questa canzone. Reciteranno intorno al cervo, lo ingiurieranno. Ed allora diranno “macelliamolo subito” e la macellazione ha inizio.
Metti un fiore sopra di me
Un fiore preso dall’animale fiorito
Dal corpo divenuto fiore
Oh, metti un fiore sopra di me
Un fiore preso dall’animale fiorito
Dal corpo divenuto fiore
Oh, regalami uno dei fiori
Sbocciati dal corpo dell’animale
Io sono laggiù
Lungo il sentiero fiorito ricoperto di fiori
Sono immobile
Coperto di polvere
Sono immobile
Coperto di bruma
Immobile
“Metti un fiore sopra di me
Un fiore preso dall’animale fiorito
Dal corpo divenuto fiore”
Vedi, ora si è alzato il vento, un vento polveroso. Tolosailo: questo è il nome del vento polveroso e grigio. E polverosa e grigia è l’aria che si respira fuori dal giardino di Yevuku Yelome.
Quell’albero, come quelli laggiù nel giardino fiorito, sì, quell’albero sta parlando. Quando il cervo sarà stato disteso sulle frasche, l’albero chiederà la coda, la coda del cervo. I cacciatori del cervo taglieranno la coda e l’appenderanno sull’albero. Questo è quello che l’albero sta chiedendo: l’albero sta chiedendo la coda. “ Metti un fiore sopra di me. Un fiore preso dall’animale fiorito. Dal corpo divenuto fiore”, dice. L’albero chiede questo ai cacciatori. Vuole che loro appendano la coda del cervo ad uno dei suoi rami. L’albero che sta nel patio la vuole come decorazione, vuole la coda del cervo “fiore”.
Il mio incantevole corpo
È diventato fiore
Sta bruciando sopra il fuoco
E un fianco scivola sull’altro
Vedo il mio corpo fiorito
Sulla brace incandescente
Appoggiato su un fianco
E poi sull’altro
Il mio corpo fiorito
Si illumina al fuoco
Immobile su un fianco
E poi sull’altro
Io sono laggiù, nel giardino fiorito
Ricoperto di fiori di Yevuku Yelome
Qui d’incanto
Mi diffondo nell’aria
L’aria è intrisa di me
Ed io divento fiore
Mio incantevole corpo divenuto fiore
Fuoco sopra al fuoco
Un fianco appoggiato all’altro
La carne del cervo, arrostita sulla brace, continua a parlare. Diventerà spiedini. “Mio incantevole corpo fiore, fuoco sopra al fuoco, un fianco appoggiato all’altro, spiedini” dice. “Il giardino fiorito di Yevuku Yelome” dice “Qui mi diffondo e divento fiore” dice. Lo spirito del cervo è ancora nel mondo selvatico. Il cervo svela questo di sé. Canta così.
Il mio incantevole corpo divenuto fiore sta risplendendo
Appoggiato lì fuori di me
Una parte del mio corpo fiorito brilla
Fuori dalla mia pelle
Io sono sempre laggiù nel giardino fiorito
Coperto di fiori di Yevuku Yelome
E risplendo
Fiori dalla mia pelle
E le mie essenze si diffondono nell’aria
Divento evanescente
Il mio incantevole fiore corpo sta risplendendo
Appoggiato fuori di me
Interiora, budella di cervo. Qui la canzone parla di budella.
Ma non uno stecco,
né buono né bello
è rimasto
non è rimasto più nulla di me
né di commestibile né di utile
neppure uno spiedino
non c’è altro di me
che sia rimasto in questo mondo
null’altro
Io ormai sono al centro
Del mondo selvatico coperto di fiori
Lì nel selvatico
Sono qui, buono e bello
Ma di quell’altro me
Non è rimasto nulla
Né di buono né di bello
Finisce con queste strofa la canzone. I pakkolam usciranno di scena uno per volta, spingendosi fuori l’uno con l’altro. L’ultimo resta al centro della scena e si lascia cadere. Cadrà per terra, disteso, agonizzante. Sforzandosi punterà la testa verso il centro del rama. Gli altri torneranno, dopo aver preso un vecchio sacco o una coperta. La bagneranno con dell’acqua e lo ricopriranno. Così coloreranno la pelle del cervo.
Quando avranno finito usciranno e con quella stessa coperta picchieranno gli spettatori dicendo che stanno ancora colorando la pelle del cervo . Questo sarà l’ultimo gesto, non ci sarà nient’altro. Lì finisce la caccia.
RITO DI PURIFICAZIONE NELL’ACQUA
ZUNI
Quella che segue è la traduzione di una canzone, facente parte di una serie, che accompagna un’importante rito religioso degli Zuni (uno dei gruppi indiani dei Pueblo del New Mexico). La canzone appartiene alla Società del Grande Fuoco (società di uomini e donne che hanno il compito di curare). I riti poetici o narrazioni sacre degli Zuni, generalmente, sono organizzati entro alcuni gruppi principali fondati sulle basi di componenti astronomiche temporali (come l’annuario e il giornaliero viaggio del sole, le ricorrenze delle fasi lunari, eccetera). Si può notare come le varie sessioni della serie di canzoni siano determinate da frasi che si riferiscono ad eventi di tempo o ad elementi direzionali. Ogni direzione è relazionata ad un particolare bestia-divinità e colore; uno schema cosmologico che include i sei monaci della pioggia delle sei direzioni, sei venti-porta-pioggia, sei specie di uccelli, sei specie di alberi, e così proseguendo in un “infinito” ciclo di diversi elementi in relazione fra loro. Le sei bestie-divinità, nella mitologia Zuni, fanno la guardia al mondo. Essi sono: il Leone di Montagna Giallo dal Nord; l’Orso Blu dall’Ovest; il Tasso Rosso dal Sud; il Lupo Bianco dall’Est; l’Aquila Splendente o Multicolore dallo Zenit; la Talpa Nera del Nadir.
RITO DI PURIFICAZIONE NELL’ACQUA
Silenziosamente dovrei posare la mia coppa di conchiglia bianca.
Sono trascorsi abbastanza giorni
da quando Nostra Madre la Luna,
lì dall’Ovest,
appariva ancora piccola;
ora, lì dall’Est,
piena sopra l’orizzonte,
muta i suoi giorni in esseri finiti.
Nostri emergenti bambini,
quelli che aspirano ad invecchiare,
portate la sacra farina di granturco,
portate la conchiglia,
lì,
pregando,
faremo in modo che le vostre strade proseguano.
A coloro a cui è stato attribuito il mondo
dal principio dei tempi:
le selve,
le foreste,
lì
c’incontriamo.
Ai piedi
dei Fortunati*,
volgendoci nelle direzioni sacre,
dalle impronte delle nostre dita
offriamo:
sacra farina di granturco,
conchiglia.
*Tutti gli esseri soprannaturali.
Uniamoci
alle strade sacre dei Fortunati
che tirano i germogli
attraendoli,
che quietamente stanno lì
reggendo le loro vecchiaie,
reggendo le loro strade finite.
Uniamoci
alle strade sacre dei Padri della luce del giorno,
delle nostre madri,
dei nostri bambini,
nella camera dell’acqua che risana.
Sono passati abbastanza giorni
da quando
gli indovini,
con noi bambini,
hanno vissuto i loro giorni sulla terra.
Ora, in questo stesso giorno
per i monaci,
per le loro cerimonie,
abbiamo preparato i bastoni delle preghiere.
Quando Nostro Padre il Sole
sta andando nel posto sacro del governo
per sedersi,
quando rimane ancora un po’ di spazio,
ancora prima che raggiunga il sacro lato sinistro del potere,
ai Nostri Padri
offriamo i bastoni delle preghiere,
nelle nostre case
portiamo le strade sacre.
Lì,
da tutte le direzioni,
porteremo fuori le sacre strade dei Nostri Padri
e degli indovini,
senza tralasciare nessuno.
Nostri Padri.
che avete completato le vostre strade di cumuli di nuvole,
che avete espanso la vostra coperta di vapore,
che avete allungato le strade sacre della vita,
che avete eretto archi di arcobaleni colorati,
che avete lanciato le vostre frecce di fulmini,
dovrei sedermi silenziosamente.
Voi,
Nostri Padri,
lì
arriverete da tutte le direzioni.
Dal NORD,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dall’OVEST,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dal SUD,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dall’EST,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dal SOPRA,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Dal SOTTO,
i monaci della pioggia,
faranno procedere le loro strade sacre
portando le acque che risanano.
Quattro volte,
faranno entrare le loro strade sacre
lì,
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e allora anche le loro strade saranno finite.
Ma ancora di più,
dal NORD,
tu che sei mio padre,
LEONE DI MONTAGNA,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dall’OVEST,
tu che sei mio padre,
ORSO,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dal SUD,
tu che sei mio padre,
TASSO,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine,
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dall’ EST,
tu che sei mio padre,
LUPO,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine,
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dal SOPRA,
tu che sei mio padre,
AQUILA,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine,
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
Ma ancora di più,
dal SOTTO,
tu che sei mio padre,
TALPA,
colui che completa le mie strade,
tu che sei il mio monaco;
portando le tue medicine,
farai arrivare le tue strade sacre.
Quattro volte,
vegliando sul mio emergere,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti
silenziosamente,
saremo una sola persona.
E più ancora
dal NORD,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra GIALLA
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
dall’OVEST,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra BLU
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
dal SUD,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra ROSSA
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
dall’EST,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra BIANCA
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
da SOPRA,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra MULTICOLORE,
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
E più ancora
da SOTTO,
montagne muscose,
vette delle montagne,
pendii a picco,
dirupi senza fondo,
voi che reggete il mondo;
antica pietra NERA,
porta qui la tua strada sacra.
Quattro volte,
farai entrare la tua strada sacra
dove sta la mia coppa di conchiglia bianca.
Quando vi sarete seduti silenziosamente,
i nostri bambini
berranno
le vostre acque che risanano.
Le loro strade sacre raggiungeranno
il lago di sotto,
e le loro strade saranno finite.
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