lo scarabeo che caccia l'aquila

mercoledì 9 febbraio 2022

NANABUSH SCIUPA IL POTERE RICEVUTO DALLA PUZZOLA

OJIBWE La narrativa Ojibwe, come tutte le letterature orali, era importante nella trasmissione e nel consolidamento dei valori tradizionali. L’arte verbale degli Ojibwe si distingue in due categorie: la prima comprende notizie, aneddoti e storie di eventi importanti. Storie che spaziano dagli avvenimenti accaduti nella vita di tutti i giorni ad esperienze molto più eccezionali che volgono verso il leggendario. La seconda categoria della narrativa involge i miti Ojibwe: storie sacre sui manitok (altra forma di “potenti” esseri umani) e sui morti. Le seconde sono più classiche e formali delle prime. Il tempo per la loro narrazione era ristretto all’inverno quando gli Ojibwe, nelle loro piccole unità familiari, cacciavano per procurarsi il cibo. Raccontavano le loro tradizioni in inverno perché i manitok vivono sott’acqua e, nella stagione fredda, essendo ibernati non possono sentire. Il grosso di questa seconda categoria di storie racconta le tribolazioni di Nanabush (o Nanabozho). Una metà di questo materiale lo descrive come un sapiente eroe, l’altra metà nella ruolo dell’imbroglione. Da eroe ha creato il mondo in cui viviamo con tutti i suoi modelli primordiali. I miti della creazione contemplano molte gesta di Nanabush: dalla sua stessa nascita a quando, dopo il diluvio universale, ha creato il mondo presente. C’è una relazione d’intima identificazione fra le gesta leggendarie di Nanabush, che confermano la loro natura di cacciatori, e gli Ojibwe. Nanabush intercede fra gli uomini e i manitok; serve come ideale modello da imitare; inventa esempi per la cultura utilitarista; ha grandi capacità di sussistenza; ha scoperto il riso; ha raccontato agli uomini come fare le medicine con le piante che guariscono. Nella veste d’imbroglione squilibrato, stregone e manipolatore di parenti, era un esempio di comportamento da evitare. Un modo di fare contrario ad ogni regola della società Ojibwe e che, quindi, propone una forma di educazione negativa per tutte le età. Le sue azioni, come i patimenti conseguenti alla disobbedienza, servono da monito per un più appropriato comportamento. NANABUSH SCIUPA IL POTERE RICEVUTO DALLA PUZZOLA Come al solito se ne andava in giro a piedi. Fino a che, arrivato sul ghiacciaio di un lago, vide un abete. Allora pensò: “Non ci sono dubbi, qualcuno vive lì.” Continuò il cammino. Incontrò un buco per attingere l’acqua sul ghiaccio; un buco fatto con le budella di alce. L’incavo era davvero molto grande. Lo avrebbe voluto per se. Ci allungò le mani sopra. Ma udì la voce di qualcuno che disse: Ehi, Nanabush! Metti giù le mani. Se lo prendi, ce ne servirà un altro! Lo lasciò stare. “Vieni qui”, disse. E lui risalì dal lago. Gli offrirono del cibo; lui ne mangiò. Avrebbe voluto lasciarsene un po’. “Mangia tutto quello che ti ho preparato”, disse. E lui lo mangiò tutto. S’accorse di quanto fosse grosso quello che gli parlava. “Nanabush, sembri molto affamato”. “No”, rispose. “No? Nanabush, tu sei alla fame! Si vede che hai tanta fame. Lo dico per te, per farti avere una grazia”, disse. “Si, mio giovane fratello, ho davvero fame”, rispose. “Bene – gli fu detto – allora t’insegnerò quello che dovresti fare”. Gli fu dato un piccolo flauto. “E’ questo – disse – quello che dovrai usare. Quando ritornerai a casa, la tua anziana donna dovrà costruire una lunga casa; dovrà essere una casa molto lunga. Ti do anche questo, per quando sarà finita, con questo ucciderai quelli che entrano in casa. Fai esattamente come t’ho insegnato”; gli fu detto. Era la Grande Puzzola che stava parlando. “Ti darò la possibilità di farne uso per due volte – disse – di questa cosa che userai per ucciderli. Ora inginocchiati e appoggiati sulle mani”, disse a Nanabush. Con grande consapevolezza si piegò su mani e ginocchia. Si posizionò in faccia al suo di dietro, e fu coperto da una grande puzza. Questo è quello che gli fece. E, questo, è quello che gli disse: “Per favore, Nanabush, fai attenzione – disse – o potresti far male ai tuoi bambini”; gli fu detto. “Quando tornerai a casa dovrai rigorosamente fare così: Soffierai una melodia sul tuo flauto, alcune alci andranno in casa tua. N’entreranno abbastanza, poi faranno così: cammineranno intorno dentro la tua lunga casa. Dopo, quando verrà fuori il capo branco, tu gli farai una puzza per ricacciarlo dentro. Così, anche tutte quelle dentro, moriranno. E tu avrai il cibo per svernare. Se ne vorrai ancora, quando le avrai mangiate tutte, potrai soffiare un’altra volta sul flauto. Così potrai attraversare l’inverno, senza aver mai più fame. Questo è tutto quello che dovevo insegnarti”; gli fu detto. Nanabush si rimise sulla sua strada. Era davvero molto fiero. Ora, nel momento che stava camminando per la sua strada, vide un albero davvero grande. “Chissà se il mio giovane fratello m’ha detto la verità – pensò – quasi, quasi… gli faccio una puzza!” Pensò Nanabush. E davvero fece una puzza sul grande albero; che marcì completamente. “Sembra che il mio giovane fratello m’abbia detto la verità!” pensò. In un momento mentre ancora una volta camminava per la sua strada, vide una grande roccia oltre il versante opposto delle colline. “Eppure – pensò ancora – io continuo a chiedermi se mi ha detto la verità”. “Quasi, quasi… farei un’altra prova sulla roccia”, pensò. E davvero fece ancora una puzza. Quando guardò, di quella grande roccia, non era rimasto niente. Colui che aveva avuto pietà di lui sentì voci a proposito di quello che lui stava facendo. “Com’è stupido, da parte di Nanabush, non fare attenzione; sta portando la rovina sui suoi bambini.” Nanabush si drizzò in piedi. Andò là dove c’era la roccia. Riuscì a trovare dei pezzetti di roccia sparsi qua e là solo dopo una persistente ricerca. “Che il mio giovane fratello abbia detto la verità – pensò Nanabush – è un fatto concreto!” Ritornato a casa disse: “Vecchia donna, sono stato benedetto;” disse alla sua vecchia donna. Poi continuò: “Domani – disse a sua moglie – costruiremo una casa molto lunga!” Costruirono una casa, davvero, molto lunga. Alla fine, disse alla sua vecchia donna: “Siediti!” E rimasero seduti. Soffiò una melodia sul flauto. Vide alcune alci correre verso la casa, per davvero. “Sono certa, non ho alcun dubbio – gli disse la moglie – che non hai obbedito alle istruzioni”. Le alci entrarono in casa, per davvero. Il capo branco uscì di casa. Nanabush tentò una puzza; ma non era più capace di fare le puzze. Ora aveva fatto arrabbiare la donna, per davvero. “Non fai mai attenzione né a cosa ti viene detto e né a chi te lo ha detto!” gli disse la sua vecchia donna. Tutto quello che poteva fare era aprire e chiudere le chiappe. Ma non poteva fare puzze. Fece arrabbiare sua moglie, l’aveva fatta arrabbiare per davvero. Tutte le alci riuscirono. Per davvero aveva fatto arrabbiare sua moglie. Le alci ripresero il loro cammino fuori dalla casa. La vecchia donna riuscì a colpire l’ultimo che usciva. Ruppe la gamba ad un giovane alce. “Sei proprio un babbeo! Ma non t’hanno detto come avresti dovuto fare?” “Veramente si! Mi era stato dato il potere di uccidere tutte le prede che entravano nella casa per due volte… o no?” Per i due miserabili non c’era nulla da mangiare. Lei aveva rovesciato le budella dell’alce. Ci foderò il buco per attingere l’acqua. Lui sapeva che loro avevano un gran bisogno di cibo, Lui che, invano, s’era preso pietà per Nanabush. “Per questo andrò da lui”, fu il pensiero che da Lui arrivò a Nanabush. Questa volta fu la Grande Puzzola a partire per davvero. In breve arrivò fino a dove stavano loro. “Che cosa t’è successo;” Gli disse. Il budello dell’alce foderava il buco sul lago dove attingevano l’acqua. “Ma come si può compiere un’idiozia così, Nanabush!” E rise di lui. Questo è quello che disse a Nanabush: “Cos’è successo, Nanabush?” chiese la Puzzola. “Dopo averti lasciato, mio giovane fratello, quando ero circa a metà strada, feci puzze su un grande albero e su una grande roccia. Si l’ho fatto ma ho provato pietà”. “Allora – disse – avrò ancora pietà di te.” Poi disse: “Sono venuto fin qui per benedirti ancora.” E, Nanabush, fu ancora ricoperto di puzza. “Ora non rifarlo un’altra volta!” Gli diede quello che avrebbe potuto usare ancora due volte. E si rimise sulla strada che lo riportava a casa. La moglie lo prevenne dal far puzze. Seriamente. Al tempo giusto lui soffiò una canzone sul flauto. Vide le alci arrivare ed entrare nella lunga casa ancora una volta. Poi, quando questi tento d’uscire, fece una puzza sul capo branco. Stavolta morirono tutti. Guardarono dentro: il posto dove vivevano era pieno delle alci ch’avevano ucciso. Ora, le miserabili creature, avevano tutto il cibo di cui abbisognavano. La moglie disse. “Per favore, cerca di fare attenzione e di non buttare i resti, se non vuoi affamare i bambini.” Ora, con le alci trattate per l’uso, sentivano di poter attraversare l’inverno, tranquillamente. “E’ abbastanza probabile che potremo attraversare l’inverno;” disse alla moglie. “E’ abbastanza probabile;” si sentì dire. “Siamo stati veramente benedetti;” disse la moglie al marito. E questo è tutto quello che so.

WAKINYAN E WAKINYAN WICAKTEP TUONO E QUELLI UCCISI DA TUONO

LAKOTA Gli hejoka avevano il potere, se lo desideravano, di deviare i distruttivi fulmini che tanto frequentemente cadevano sulle Grandi Pianure. Lenivano il male, ma lo potevano anche acuire. Gli heyoka giocavano un ruolo molto importante all’interno del cerchio dei villaggi lakota. Il loro clownesco comportamento divertiva la gente e, allo stesso momento, portava all’attenzione i comportamenti devianti, le azioni e i fatti non accettabili dalla società. Facendo ridere, con le loro mosse grottesche, provvedevano al necessario sollievo del popolo dal rigido codice del conformismo sociale lakota; codice morale che gli heyoka erano liberi di ridicolizzare. Sollevando l’atmosfera nei momenti più duri erano capaci di mandare segnali di ammonimento quando la società si faceva compiacente. Mettevano all’indice il potenziale pericolo e, sempre con le burla, annunciavano le conseguenze che derivano dalla non vigilanza; mettevano in allerta il villaggio sulle potenzialità negative dell’azzardata situazione. Racconto descrittivo delle tradizioni della tribù Lakota Quello che la gente comune dice degli Uomini Tuono e degli Heyoka WAKINYAN E WAKINYAN WICAKTEP TUONO E QUELLI UCCISI DA TUONO Si dice che gli Uomini Tuono vivano ad Ovest perché è da li che vengono. Sono considerati i guerrieri del Mistero Finale. Le Great Mountains sono la loro casa. Uccidono chiunque non rispetti le loro leggi. Degli Uomini Tuono, si dice, che vivano alla maniera della gente comune. Ma in più, viaggiano in tutto il mondo, lo nutrono, viaggiando causano la caduta delle piogge. Fanno si che la terra cresca tante cose straordinariamente belle e, così facendo, aiutano gli animali e gli uomini a prosperare in abbondanza. Lì, dove la terra ha subito un danno, loro arrivano a ripulirla con la pioggia, lavando via tutto ciò che ha causato il danno. Cielo, terra e acqua sono gli esseri che gli Uomini Tuono stimano su tutti. Quello, fra tutti i quadrupedi della terra, è il cavallo; per quanto anche tutti gli altri quadrupedi, per loro, sono importanti. Quelli fra gli alati del cielo sono: il gabbiano, il falco, l’allodola e le rondini. Fra gli esseri acquatici quelli più apprezzati sono la rana e il tritone perché arrivano giù sulla terra con le piogge. Per quanto, animali non esclusi, possano essere tante le ragioni che mandano i fulmini a folgorare le cose, si dice che se si impegna a celebrare certi riti, quando una persona sogna degli Uomini Tuono, solo il fallimento nel compimento di quegli obblighi comporterà la sua morte tramite fulmine. Quelli che sono stati uccisi dai guerrieri degli Uomini Tuono, si dice, che furono colpiti in cima alla testa. Quello colpito dal fulmine aveva i capelli in cima alla testa arruffati come una palla. E’ per questo che gli heyoka con i capelli in cima alla testa ci fanno un nodo. Se qualcuno non fa come gli è stato insegnato nella visione o nel sogno arrivato dagli Uomini Tuono, si dice, che un fulmine lo farà per lui. Viaggerà attraverso il suo corpo arricciandogli le membra, segnandolo nel modo che avrebbe dovuto dipingere se stesso; per questo, coloro che sognano i tuoni, hanno l’usanza di dipingersi il corpo e le membra in quella maniera. Si dice che i fulmini tempestino il palco della sepoltura, quando una persona uccisa dai fulmini viene messa sul palco della sepoltura. La persona colpita dal fulmine veniva portata nel dominio degli Uomini Tuono per vivere lì con loro. Quando vengono gli esseri tuono da Ovest, perlomeno così si dice, alcuni fra quelli che arrivano hanno il permesso di scagliare le folgori che uccidono. Gli esseri tuono dicevano a quello da folgorare: “Silenziosamente e delicatamente (nel sogno) andrai dalla tua gente. Avrai compassione di loro perché pensano di essere nel giusto ma, la sapienza che gli uomini credono di avere, tale non è – gli dicono – ad ognuno di loro tu svelerai la verità.” Gli altri heyoka pregheranno per lui e lo onoreranno per tutto ciò che vogliono o abbisognano, si dice. Un uomo che sognò i tuoni raccontò del suo sogno: “Ho sognato di stare nel paese degli esseri tuono. Un’allodola venne da me proveniente da ovest e saltai in aria come un saetta. Quando ripresi conoscenza ero nel grande villaggio degli esseri tuono. Erano gente comune che aveva dipinto il proprio corpo di grigio bianchiccio. Gli arti erano dipinti con strisce a zigzag rosse, più o meno larghe come una mano.” Mi dissero: “Da ragazzo, così come da uomo o da vecchio, si sempre lucidamente conscio che i riti che vedrai saranno esattamente come quelli che rivelerai alla tua gente.” Un heyoka, impaziente di eseguire il rito del prelievo dal bricco bollente, si rivolse a quello che aveva viaggiato nella terra degli esseri tuono dicendogli: “Ho avuto una visione in sogno. Da quel momento sento urla di guerrieri ogni volta che arrivano gli esseri tuono.” A questo, quello che aveva visitato gli esseri tuono, replicò: “Ti stanno chiedendo di prelevare dal bricco alla maniera degli heyoka. Ora potrai mostrare alla gente come eseguire nel modo giusto questo rito.” In quel momento lo heyoka fu pronto per eseguire il rito. Fu eretto nel centro del villaggio, fatto di vecchie e affumicate pelli di scarto, un piccolo tepee. Il tepee fu circondato dal gruppo di heyoka che già avevano rivelato i loro sogni avuti dagli esseri tuono. Non usarono tante pertiche come si fa per un normale tepee, ma ne usarono due per reggere il passaggio del fumo. Poi invitarono ad entrare tutti gli altri seguaci della Società Heyoka che già avevano eseguito i loro riti. Gli heyoka scelsero uno fra di loro. Il nuovo heyoka, quello che doveva eseguire il rito per la prima volta, fu toccato dal prescelto della Società Heyoka per prendere coscienza del nascente potere. Lo heyoka prescelto, mentre dipingeva quello nuovo, spiegava come lo stava dipingendo. Gli disse, anche, che avrebbe dovuto cavalcare un cavallo multicolore. A loro volta, tutti gli altri heyoka, si unirono per finirlo di dipingere. Il corpo fu dipinto di grigio bianchiccio; le membra con strisce zigzagate di colore rossiccio, come i fulmini. I capelli furono tirati davanti, arrotolati e legati in modo che pendolassero sulla fronte. Una pianta di Psoralea (ticanica hu) fu legata al nodo di capelli penzolante. A quel punto, si vestirono anche gli altri heyoka. Con vecchie pelli di tipi di scarto, a cui praticarono fori molto imprecisi, fecero dei gambali. E li indossarono come gambali. Con le stesse pelli, pure forate, fecero le maglie che indossarono. Il pericardio del bufalo, che gli copriva anche la faccia, lo usarono come copricapo. Sulla cima del cappuccio ci fecero un buco, dal quale penzolava una treccia. Prese due pezze, di vecchie pelli di daino di tepee di scarto, ci sagomarono due orecchini; grandi, circa, come il palmo di una mano. E li appesero agli orecchi. Dietro la testa gli penzolava una fila di piume di ali di corvo fissate su una striscia di pelle grezza imperlata alla base. Un arco fatto alla svelta, uno scudo e due o tre frecce costituivano il resto del costume. Questi archi non erano affatto funzionali, perché fatti alla svelta e senza cura. Ora, abbigliato nello stile che ho detto, lo heyoka stava per adempiere ai suoi obblighi. Era dipinto di grigio bianchiccio e fu messo su un cavallo multicolore con una lancia in mano. Cantò una canzone heyoka che diceva così: Viene una nube tonda Viene una nube tonda M’ avvio sul sentiero sacro con un voto per me stesso Viene una nube tonda M’ avvio sul sentiero sacro con un voto per me stesso Poi infilò una lingua di bufalo con la sua lancia e la tirò fuori dal bricco. Tutti gli heyoka, allora, si avvicinarono al bricco ed estrassero pezzi di bufalo con le mani nude. Poi si dispersero tra la folla portando pezzi di lingua di bufalo dovunque ci fossero seduti uomini di mezza età o più vecchi, ed offrendoglieli. Gli uomini, condividendo l’offerta di cibo, rispondevano: “Haye”. Ognuno rese omaggio al capo degli heyoka ed al nuovo heyoka. Dopo, per la gioia della folla, gli heyoka si esibirono in molte azioni comiche e buffe (com’è nella loro natura). Il nuovo heyoka aveva onorato i suoi obblighi verso gli esseri tuono, e la gente era felice per lui. Un giorno, si dice, che un altro uomo - che aveva ricevuto una visione – dopo essersi vestito secondo l’usanza heyoka, andò in giro per il villaggio facendo scherzi heyoka. I capelli scendevano sciolti, e su un solitario nodo di capelli aveva legato una fila di piume di ali di cervo. Aveva il torso dipinto di rosso e, sulle membra, aveva dipinto delle strisce a zigzag vermiglione che rappresentavano gli Uomini Tuono. Su piedi e mani aveva tracciato disegni forcuti. Indossò la sua veste di bufalo – con il pelo rivolto fuori – annodata all’altezza della gola. Portava un’imitazione d’arco ed alcune frecce storte insieme ad un tamburo colorato di rosso. Mentre bussava sul tamburo cantava questa canzone: Il potere del sole fa battere il mio cuore Torceva il corpo da una parte all’altra, mentre danzava in giro per il campo guardando a destra e manca. Ogni tanto soffiava s’un flauto ricavato da un osso d’ala d’aquila. Non faceva il prelievo dal bricco perché aveva ancora paura degli esseri tuono. Comunque, questa volta nel rispetto del rito, prelevò dal bricco. Lo fece una seconda volta ed ancora una terza. Da quel momento non ebbe più paura degli esseri tuono e si considerò un heyoka completo. Gli heyoka erano chiamati i “Non Grandi Fratelli”*. Parlavano ed agivano al contrario. Formarono una Società Heyoka e scelsero un giorno per celebrare la loro festa. Compievano i loro riti e le loro cerimonie cantando le canzoni heyoka alla gente. Circondavano il villaggio eseguendo le loro danze, cantando le loro canzoni, percuotendo il tamburo mentre cantavano. Non ballavano nel modo tradizionale ma saltando su e giù. * Non Grandi Fratelli (Ciyeku Sni) I membri della Società Heyoka potevano evocare tanto la parte luminosa che la parte scura del Mistero Finale (Taku Wakan) e, per questo, dai giovani del cerchio del villaggio, non erano considerati modelli da imitare. I membri delle società guerriere erano i Grandi Fratelli (Ciyekupi) dei giovani che mostravano capacità da combattenti. I guerrieri più famosi promettevano ai giovani che gli stavano più dietro d’insegnargli l’arte della guerra. Nello stesso modo, i giovani che promettevano capacità taumaturgiche, seguivano sempre gli uomini santi del villaggio.

La storia di Capo Comanche

PAWNEE I Pawnee vivevano lungo gli affluenti del fiume Missuri (Nebraska e Nord Kansas). La loro vita scorreva con un andamento circolare che partiva dalla primavera, la stagione che trascorrevano in alloggi di terra a forma di cupola. Questo era il momento della semina: le donne preparavano i campi e ci piantavano il mais, le zucche e i fagioli; gli anziani si radunavano per celebrare i riti. A giugno, mentre le colture crescevano, si spostavano a ovest verso gli altopiani; lì vivevano nei tipi di pelle di bufalo. Alla fine di agosto tornavano nei villaggi delle case di terra, dove facevano il raccolto e continuavano i riti. A novembre, con l’apprestarsi dell’inverno, ritornavano sugli altopiani per la caccia al bufalo che durava fino a febbraio, quando si ripartiva per tornare a casa. La Storia di Capo Comanche fa parte del genere storico che, generalmente, racconta delle grandi imprese compiute in guerra. Questa spiega l’origine del nome di un uomo: Capo Comanche. La vicenda illustra come i nativi ottenevano i loro nomi personali attraverso atti di coraggio o altre azioni; nomi, spesso, meritati nelle spedizioni di guerra. L’evento narrato è accaduto nella metà del diciannovesimo secolo quando, una o due grandi formazioni Pawnee, partirono verso sud, probabilmente, per andare a rubare i cavalli. La storia di Capo Comanche Si narra che un gruppo di guerrieri partì dalle terre in cui vivevano le tribù Pawnee, prima che anche gli altri si muovessero nella stessa direzione. Dopo tanti giorni di cammino, più di quanti erano stati previsti, uno di loro, parlando al compagno che aveva vicino, gli disse: “Ascoltami, io mi fermo qui. Gli altri vadano avanti. Io devo andare dalla parte opposta. Sto cercando qualcosa di molto speciale e devo trovarlo assolutamente”. Il compagno rispose: “Non puoi andare da solo. Io verrò con te” e lo seguì. L’uomo si oppose: “No. Tu devi andare avanti con il resto del gruppo. Tu devi andare dove vanno loro”. Ma l’altro non si fece convincere: “Io verrò con te. Andrò dove vai tu”. E così partirono insieme, l’uno dicendo all’altro di andare via, l’altro rimanendo ostinatamente al suo fianco. Senza altri contrattempi i due guerrieri arrivarono nel posto stabilito che l’uomo cercava e che sembrava conoscere. “Vivono qui quelli che cerco. Non credevo di riuscire a ritrovare la strada ma adesso so di non aver sbagliato: è qui che vivono coloro che vengono chiamati la tribù dei Comanche”. Poi si raccomandò al compagno: “Adesso tu aspetta qui. Io andrò su quella collina per guardare intorno”. “Possiamo farlo insieme”, obiettò l’altro. “Allora vieni, ma sta attento”. Salirono in cima ad una delle colline che sovrastavano il villaggio. “Guarda con attenzione”, disse l’uomo ed aggiunse : “Lo vedi quel villaggio laggiù in fondo. Quello è il villaggio, lo riconosco dalla forma”. E, in effetti, quel villaggio aveva una disposizione delle abitazioni ben precisa. Sul versante ad occidente di quel grande villaggio era sistemata la dimora del capo dei Comanche e della sua famiglia: moglie, figli ed una figlia. Oltre alla famiglia abitavano in quella parte del villaggio i guerrieri che assistevano il capo ed un anziano che gli faceva da banditore. Dopo aver studiato bene la sistemazione delle abitazioni l’uomo disse al suo compagno: “Io vado laggiù. Tu rimani qui. Mi aspetterai per quattro giorni. Se non mi vedrai tornare non preoccuparti e tornatene a casa. Se non torno vuol dire che mi hanno catturato ed ucciso”. L’uomo suggerì anche cosa il compagno avrebbe dovuto dire una volta tornato dalla sua gente: “Tu dirai agli altri che sai dove si trova il villaggio in cui io mi ero diretto. Dirai che questa gente mi ha catturato e mi ha ucciso. Dirai che mi hai aspettato per quattro giorni e che non vedendomi tornare te ne sei andato”. Detto questo, l’uomo si diresse verso il villaggio. Erano giunti nei pressi del villaggio a giorno inoltrato ma quando l’uomo salutò il compagno era quasi notte. Il pawnee – l’uomo che faceva parte della tribù “Quelli che Assomigliano ai Lupi” – si diresse da solo verso il villaggio. Quando arrivò al villaggio, vide che la gente era ancora impegnata nelle faccende della vita di tutti i giorni. Poi, lentamente, tutto si fece quieto. Tutte le attività andarono cessando. Intorno si vedevano solo cavalli. Infatti, come sempre, i cavalli migliori erano stati legati davanti alle abitazioni dei loro proprietari. Il pawnee puntò dritto su un certo alloggio. Lui vide che all’interno dell’abitazione la fiamma del fuoco era ancora accesa ma che, lentamente, si stava esaurendo. Stava per essere il momento giusto. Era quasi giunta l’alba ed era quello il momento giusto per entrare. L’uomo allora aprì la porta del tipi ed entrò. Sapeva bene com’era disposto l’alloggio. C’era già stato e l’aveva bene impresso nella mente. Per questo, adesso che era nuovamente lì, sapeva perfettamente come muoversi. Non esitò un attimo. Si diresse verso la parte che si affacciava ad occidente. Sapeva dove era posizionato il letto del capo e dove, invece, era quello di sua figlia. Lei era lì che dormiva. Lui si svestì: lasciò da una parte il suo arco ed il coltello, i gambali ed i mocassini. La ragazza continuava a dormire. L’uomo, silenziosamente, sollevò le coperte e si distese a fianco della ragazza. A quel punto la donna si svegliò e gli appoggiò le mani sul viso. Cercando di capire chi fosse al proprio fianco lei gli passò le mani sul volto, sulle tempie e sulla testa e si accorse che quell’uomo aveva una cresta all’Osage. Lei capì subito, da questo particolare, che si trattava di un pawnee. Questi uomini pawnee non esitano davanti a niente! Lei allora chiamò suo padre, sussurrando: “Padre, sei sveglio?” E, lui disse: “Perché mai dovrei essere sveglio, figlia?” Lei: “Una persona è entrata nel mio letto”. A quel punto il padre si alzò e chiamò gli uomini di guardia all’entrata dell’alloggio. “Rianimate il fuoco!” gridò, ma prima che gli uomini arrivassero il capo aveva già buttato sulla cenere ancora calda dell’erba secca e delle scaglie di legno che subito rianimarono la fiamma. Allora il capo urlò: “Governatelo! Voglio tanta luce, perché si possa vedere bene!” E poi disse: “ Tutti in piedi, svelti! E che nessuno faccia niente di avventato! Scopriamo chi è questa persona che è entrata nei nostri alloggi.” Poi ordinò al banditore: “Vai fuori e annuncia a tutto il villaggio che il capo vuole che tutti si radunino qui. Chi arriverà per primo potrà entrare disponendosi in ordine all’interno dell’alloggio. Quelli che arriveranno dopo e che per questo non troveranno posto all’interno, dovranno disporsi in circolo fuori dalla casa. Che tutti siano pronti a difendere il capo, nel caso in cui lo straniero che adesso giace nel letto con mia figlia, non sia giunto da solo al nostro villaggio. Lui ha i capelli tagliati alla maniera degli Osage!”. Arrivarono tutti in breve tempo e riempirono l’interno dell’alloggio. Allora il capo dei comanche, il capo di tutti i capi, parlò: “Ognuno di voi dovrà dirmi cosa pensa che sia giusto fare. Avete visto questo straniero entrare nei nostri alloggi. Come deve reagire il nostro villaggio?”. Un gruppo di uomini disse: “cosa ne pensano quelli che stanno di fronte a noi?”. E quelli che erano stati chiamati in causa prontamente risposero: “E perché non sentiamo il parere dello zio della ragazza? Del resto dovrebbero essere i parenti più vicini a decidere cosa fare. Sono loro ad essere stati offesi direttamente”. Lo zio della ragazza intervenne: “Il capo ha dato a voi la parola”. Da un angolo si alzò la voce di un anziano. Era il padre del capo dei Comanche che disse: “Nessuno ha avuto il coraggio di parlare. Siete rimasti tutti a sedere, in silenzio. Allora dirò io una cosa che proprio mi sento di dire. Io sono vecchio ed in tutti questi anni di vita ho sempre sognato di fare una cosa che non ho mai fatto: è giunto il tempo di visitare la tribù a cui appartiene quest’uomo”. Indicò lo straniero e gli domandò: “Di che tribù sei?” “Son di Quelli che Assomigliano ai Lupi”. “Era quello che tutti noi pensavamo – disse il vecchio – La gente ha sempre detto che quelli che assomigliano ai lupi sono coraggiosi. Nessuno dei presenti avrebbe fatto quello che hai fatto tu”. Infine il vecchio tornò a dire: “Ho sempre avuto il desiderio di visitare quella gente. Adesso che ne ho ancora la possibilità intendo farlo, indipendentemente da quello che il mio bambino, mio figlio che adesso è il capo, vorrà che sia fatto”. Ma il vecchio non aveva finito di dire la sua: “Quest’uomo, questo quelli che assomigliano ai lupi, mi piace. E’ coraggioso! E’ coraggioso! Non ha cercato di usare le sue armi, né arco e né coltello. Sembra che non conosca la paura. Guardate questa donna, mia nipote, questa mia ragazza: lei lo vuole, e io non ho niente da obiettare. Lui può prendermela, la può sposare. Lui è venuto per sposare mia nipote ed io gliela darò, se è questo che lei vuole. Non passerà molto prima che arrivi la primavera, e non passerà molto perché ogni cosa maturi e ci saranno cibi in abbondanza – disse ancora il vecchio - E io voglio andare nei luoghi in cui abita la tribù di quest’uomo. Finalmente, potrò mangiare tutto quello che mangiano loro. Si dice che fra tutti gli Indiani che popolano la terra, il Paradiso ha benedetto quella tribù con i semi delle piante da mangiare. Ne hanno di ogni tipo. Io farò questo: mangerò tutti quei differenti tipi di cibo. Ne hanno di ogni tipo, lì dove vivono loro. Desidero mangiarli. C’è un tipo che chiamano zucca. E’ una pianta che si arrampica alle pareti dei loro alloggi. Le zucche gli crescono addosso. Sono così buone che ne devo mangiare un po’, mentre sono ancora in vita. Ma torniamo alla ragione per cui ci troviamo tutti qui riuniti. Io dico, siccome voi non dite niente, che darò il mio assenso all’unione di mia nipote con quest’uomo”. Il capo dei capi disse: “Ben detto padre. Lo avete sentito.” A quel punto i guerrieri se ne andarono: “Oramai, qui, non c’è più bisogno di noi”. “Non voglio più nessuno in giro! – disse allora il capo dei comanche - Andate! Andate a casa! Chi di voi avrebbe fatto quello che ha fatto lui? Questo quelli che assomigliano ai lupi è coraggioso. E s’è preso la nostra giovane donna comanche”. E fu così che l’uomo sposò la figlia del capo dei comanche e lei gli dette tanti, tanti figli. Arrivò la primavera e la giovane coppia portò l’anziano padre del capo dei comanche e sua moglie dove viveva la tribù di quelli che assomigliano ai lupi: a Beaver Creek. Lì si conobbe il nome con cui il giovane sposo veniva chiamato nel suo villaggio: lui era Capo Coltello. Disse: “Ora mi chiamo Capo Comanche. Hanno deciso di chiamarmi Capo Comanche”. E pensare che era ancora giovanissimo e già aveva assunto quel nome. Giunto al villaggio Capo Comanche scoprì la fine che aveva fatto il vecchio compagno che aveva lasciato ad attendere il suo ritorno sulla collina. Questi, dopo aver atteso quattro giorni il ritorno del suo amico, aveva pensato: “Certamente lo hanno ucciso. Io non posso tornare a casa da solo”. Probabilmente questo giovane si era ucciso. Gli altri guerrieri che avevano proseguito la loro missione, invece, erano tornati a casa sani e salvi. Frattanto il giovane sposo aveva ottenuto ciò che aveva desiderato. Quest’uomo detto Capo Comanche, se crediamo a quello che raccontano gli anziani, accudì l’anziano nonno della ragazza comanche e poi, quando la ragazza comanche morì, lui sposò “Tutte le Donne del Capo”. Si racconta che quando anche lui divenne vecchio riprese il nome di Capo Coltello che, ancora oggi, è il nome della sua famiglia. Coltello Buono fu chiamato suo figlio. Mi piacerebbe sapere quali sono le storie che danno origine a certi nomi? Quando i più vecchi raccontavano le storie, mi raccontavano questa che avrebbe parlato del vecchio uomo Capo Comanche e di quando la coppia arrivò fra la nostra gente, di Donna Comanche – la ragazza giovane – oh, se era bella quella giovane donna! Questa ragazza era davvero bella, al tempo quando la nostra gente viveva ancora in Nebrasca. Non era passato tanto tempo, da quando avevo raccontato questa storia in terra d’Osage, che incontrai un comanche. Fu durante un incontro peyote che incontrai Coltello Buono, che era ancora in vita. E questo comanche disse: “Sono un parente di quell’uomo. Quest’anziano è pure un suo parente.” Era un parente anche di quell’anziano. Erano parenti del vecchio uomo Capo Comanche, quello che prese la ragazza dalla sua tribù. Quando diventando il genero del capo comanche, si dice, fu chiamato con qualsiasi nome desiderasse chiamarsi. In mezzo alla sua progenie c’era uno chiamato Lupo Bianco. Il nome si riferisce ad un lupo di colore bianco: Lupo Bianco. Questa storia che ho raccontato è vera. Non è la classica storia del Coyote, io non me la sono inventata, e non è frutto di un sogno; ma è una storia della gente che viveva in passato. Loro dicevano ai giovani: “Ora sei cresciuto. Ora devi vivere la tua vita. Devi farlo a modo tuo se vuoi trovare la tua buona stella. Oggi avete appreso la storia di questo uomo pawnee, quello il cui discendente è chiamato: John Knife Chief. Ho detto il suo nome in inglese perché così, se vuole che qualcuno dei bambini dei suoi figli sia chiamato Capo Coltello, saprà che loro hanno diritto a quel nome. E questo è tutto quello che avevo da dire.

WAKINYAN E WAKINYAN WICAKTEP TUONO E QUELLI UCCISI DA TUONO

LAKOTA Gli hejoka avevano il potere, se lo desideravano, di deviare i distruttivi fulmini che tanto frequentemente cadevano sulle Grandi Pianure. Lenivano il male, ma lo potevano anche acuire. Gli heyoka giocavano un ruolo molto importante all’interno del cerchio dei villaggi lakota. Il loro clownesco comportamento divertiva la gente e, allo stesso momento, portava all’attenzione i comportamenti devianti, le azioni e i fatti non accettabili dalla società. Facendo ridere, con le loro mosse grottesche, provvedevano al necessario sollievo del popolo dal rigido codice del conformismo sociale lakota; codice morale che gli heyoka erano liberi di ridicolizzare. Sollevando l’atmosfera nei momenti più duri erano capaci di mandare segnali di ammonimento quando la società si faceva compiacente. Mettevano all’indice il potenziale pericolo e, sempre con le burla, annunciavano le conseguenze che derivano dalla non vigilanza; mettevano in allerta il villaggio sulle potenzialità negative dell’azzardata situazione. Racconto descrittivo delle tradizioni della tribù Lakota Quello che la gente comune dice degli Uomini Tuono e degli Heyoka WAKINYAN E WAKINYAN WICAKTEP TUONO E QUELLI UCCISI DA TUONO Si dice che gli Uomini Tuono vivano ad Ovest perché è da li che vengono. Sono considerati i guerrieri del Mistero Finale. Le Great Mountains sono la loro casa. Uccidono chiunque non rispetti le loro leggi. Degli Uomini Tuono, si dice, che vivano alla maniera della gente comune. Ma in più, viaggiano in tutto il mondo, lo nutrono, viaggiando causano la caduta delle piogge. Fanno si che la terra cresca tante cose straordinariamente belle e, così facendo, aiutano gli animali e gli uomini a prosperare in abbondanza. Lì, dove la terra ha subito un danno, loro arrivano a ripulirla con la pioggia, lavando via tutto ciò che ha causato il danno. Cielo, terra e acqua sono gli esseri che gli Uomini Tuono stimano su tutti. Quello, fra tutti i quadrupedi della terra, è il cavallo; per quanto anche tutti gli altri quadrupedi, per loro, sono importanti. Quelli fra gli alati del cielo sono: il gabbiano, il falco, l’allodola e le rondini. Fra gli esseri acquatici quelli più apprezzati sono la rana e il tritone perché arrivano giù sulla terra con le piogge. Per quanto, animali non esclusi, possano essere tante le ragioni che mandano i fulmini a folgorare le cose, si dice che se si impegna a celebrare certi riti, quando una persona sogna degli Uomini Tuono, solo il fallimento nel compimento di quegli obblighi comporterà la sua morte tramite fulmine. Quelli che sono stati uccisi dai guerrieri degli Uomini Tuono, si dice, che furono colpiti in cima alla testa. Quello colpito dal fulmine aveva i capelli in cima alla testa arruffati come una palla. E’ per questo che gli heyoka con i capelli in cima alla testa ci fanno un nodo. Se qualcuno non fa come gli è stato insegnato nella visione o nel sogno arrivato dagli Uomini Tuono, si dice, che un fulmine lo farà per lui. Viaggerà attraverso il suo corpo arricciandogli le membra, segnandolo nel modo che avrebbe dovuto dipingere se stesso; per questo, coloro che sognano i tuoni, hanno l’usanza di dipingersi il corpo e le membra in quella maniera. Si dice che i fulmini tempestino il palco della sepoltura, quando una persona uccisa dai fulmini viene messa sul palco della sepoltura. La persona colpita dal fulmine veniva portata nel dominio degli Uomini Tuono per vivere lì con loro. Quando vengono gli esseri tuono da Ovest, perlomeno così si dice, alcuni fra quelli che arrivano hanno il permesso di scagliare le folgori che uccidono. Gli esseri tuono dicevano a quello da folgorare: “Silenziosamente e delicatamente (nel sogno) andrai dalla tua gente. Avrai compassione di loro perché pensano di essere nel giusto ma, la sapienza che gli uomini credono di avere, tale non è – gli dicono – ad ognuno di loro tu svelerai la verità.” Gli altri heyoka pregheranno per lui e lo onoreranno per tutto ciò che vogliono o abbisognano, si dice. Un uomo che sognò i tuoni raccontò del suo sogno: “Ho sognato di stare nel paese degli esseri tuono. Un’allodola venne da me proveniente da ovest e saltai in aria come un saetta. Quando ripresi conoscenza ero nel grande villaggio degli esseri tuono. Erano gente comune che aveva dipinto il proprio corpo di grigio bianchiccio. Gli arti erano dipinti con strisce a zigzag rosse, più o meno larghe come una mano.” Mi dissero: “Da ragazzo, così come da uomo o da vecchio, si sempre lucidamente conscio che i riti che vedrai saranno esattamente come quelli che rivelerai alla tua gente.” Un heyoka, impaziente di eseguire il rito del prelievo dal bricco bollente, si rivolse a quello che aveva viaggiato nella terra degli esseri tuono dicendogli: “Ho avuto una visione in sogno. Da quel momento sento urla di guerrieri ogni volta che arrivano gli esseri tuono.” A questo, quello che aveva visitato gli esseri tuono, replicò: “Ti stanno chiedendo di prelevare dal bricco alla maniera degli heyoka. Ora potrai mostrare alla gente come eseguire nel modo giusto questo rito.” In quel momento lo heyoka fu pronto per eseguire il rito. Fu eretto nel centro del villaggio, fatto di vecchie e affumicate pelli di scarto, un piccolo tepee. Il tepee fu circondato dal gruppo di heyoka che già avevano rivelato i loro sogni avuti dagli esseri tuono. Non usarono tante pertiche come si fa per un normale tepee, ma ne usarono due per reggere il passaggio del fumo. Poi invitarono ad entrare tutti gli altri seguaci della Società Heyoka che già avevano eseguito i loro riti. Gli heyoka scelsero uno fra di loro. Il nuovo heyoka, quello che doveva eseguire il rito per la prima volta, fu toccato dal prescelto della Società Heyoka per prendere coscienza del nascente potere. Lo heyoka prescelto, mentre dipingeva quello nuovo, spiegava come lo stava dipingendo. Gli disse, anche, che avrebbe dovuto cavalcare un cavallo multicolore. A loro volta, tutti gli altri heyoka, si unirono per finirlo di dipingere. Il corpo fu dipinto di grigio bianchiccio; le membra con strisce zigzagate di colore rossiccio, come i fulmini. I capelli furono tirati davanti, arrotolati e legati in modo che pendolassero sulla fronte. Una pianta di Psoralea (ticanica hu) fu legata al nodo di capelli penzolante. A quel punto, si vestirono anche gli altri heyoka. Con vecchie pelli di tipi di scarto, a cui praticarono fori molto imprecisi, fecero dei gambali. E li indossarono come gambali. Con le stesse pelli, pure forate, fecero le maglie che indossarono. Il pericardio del bufalo, che gli copriva anche la faccia, lo usarono come copricapo. Sulla cima del cappuccio ci fecero un buco, dal quale penzolava una treccia. Prese due pezze, di vecchie pelli di daino di tepee di scarto, ci sagomarono due orecchini; grandi, circa, come il palmo di una mano. E li appesero agli orecchi. Dietro la testa gli penzolava una fila di piume di ali di corvo fissate su una striscia di pelle grezza imperlata alla base. Un arco fatto alla svelta, uno scudo e due o tre frecce costituivano il resto del costume. Questi archi non erano affatto funzionali, perché fatti alla svelta e senza cura. Ora, abbigliato nello stile che ho detto, lo heyoka stava per adempiere ai suoi obblighi. Era dipinto di grigio bianchiccio e fu messo su un cavallo multicolore con una lancia in mano. Cantò una canzone heyoka che diceva così: Viene una nube tonda Viene una nube tonda M’ avvio sul sentiero sacro con un voto per me stesso Viene una nube tonda M’ avvio sul sentiero sacro con un voto per me stesso Poi infilò una lingua di bufalo con la sua lancia e la tirò fuori dal bricco. Tutti gli heyoka, allora, si avvicinarono al bricco ed estrassero pezzi di bufalo con le mani nude. Poi si dispersero tra la folla portando pezzi di lingua di bufalo dovunque ci fossero seduti uomini di mezza età o più vecchi, ed offrendoglieli. Gli uomini, condividendo l’offerta di cibo, rispondevano: “Haye”. Ognuno rese omaggio al capo degli heyoka ed al nuovo heyoka. Dopo, per la gioia della folla, gli heyoka si esibirono in molte azioni comiche e buffe (com’è nella loro natura). Il nuovo heyoka aveva onorato i suoi obblighi verso gli esseri tuono, e la gente era felice per lui. Un giorno, si dice, che un altro uomo - che aveva ricevuto una visione – dopo essersi vestito secondo l’usanza heyoka, andò in giro per il villaggio facendo scherzi heyoka. I capelli scendevano sciolti, e su un solitario nodo di capelli aveva legato una fila di piume di ali di cervo. Aveva il torso dipinto di rosso e, sulle membra, aveva dipinto delle strisce a zigzag vermiglione che rappresentavano gli Uomini Tuono. Su piedi e mani aveva tracciato disegni forcuti. Indossò la sua veste di bufalo – con il pelo rivolto fuori – annodata all’altezza della gola. Portava un’imitazione d’arco ed alcune frecce storte insieme ad un tamburo colorato di rosso. Mentre bussava sul tamburo cantava questa canzone: Il potere del sole fa battere il mio cuore Torceva il corpo da una parte all’altra, mentre danzava in giro per il campo guardando a destra e manca. Ogni tanto soffiava s’un flauto ricavato da un osso d’ala d’aquila. Non faceva il prelievo dal bricco perché aveva ancora paura degli esseri tuono. Comunque, questa volta nel rispetto del rito, prelevò dal bricco. Lo fece una seconda volta ed ancora una terza. Da quel momento non ebbe più paura degli esseri tuono e si considerò un heyoka completo. Gli heyoka erano chiamati i “Non Grandi Fratelli”*. Parlavano ed agivano al contrario. Formarono una Società Heyoka e scelsero un giorno per celebrare la loro festa. Compievano i loro riti e le loro cerimonie cantando le canzoni heyoka alla gente. Circondavano il villaggio eseguendo le loro danze, cantando le loro canzoni, percuotendo il tamburo mentre cantavano. Non ballavano nel modo tradizionale ma saltando su e giù. * Non Grandi Fratelli (Ciyeku Sni) I membri della Società Heyoka potevano evocare tanto la parte luminosa che la parte scura del Mistero Finale (Taku Wakan) e, per questo, dai giovani del cerchio del villaggio, non erano considerati modelli da imitare. I membri delle società guerriere erano i Grandi Fratelli (Ciyekupi) dei giovani che mostravano capacità da combattenti. I guerrieri più famosi promettevano ai giovani che gli stavano più dietro d’insegnargli l’arte della guerra. Nello stesso modo, i giovani che promettevano capacità taumaturgiche, seguivano sempre gli uomini santi del villaggio.

Lunga vita alla Coca

Preistoria La Coca è una pianta tipica delle valli della catena montagnosa delle Ande dove, da sempre, cresce naturalmente. Nella provincia peruviana di Cuzco si racconta che Mamma Coca fosse una donna frivola e bellissima, ragione per cui fu uccisa e fatta a pezzi; laddove furono sotterrati i resti nacque la prima pianta di Coca. Più a nord, nella zona di Vaupes (Columbia), gli indigeni continuano a credere che la prima pianta di Coca sia nata dove seppellirono il dito che la figlia del Signore degli Anelli aveva perduto durante una crisi mestruale. Ancora più su, nella Sierra Nevada di Santa Marta, si racconta che fu il grande eroe Sintana a trasformare il corpo della cortigiana Gualchovang in una pianta di Coca. Tutte le numerose leggende collezionate dai mitologi delle Ande sono connesse al corpo della donna, simbologia della Madre Terra e del dono da Lei ricevuto. E, che per queste popolazioni la Coca abbia un valore assoluto è dimostrato nella stessa lingua Aymara, quella della più grande civiltà del Sud America, dove la parola Coca significa pianta. Per gli indigeni del Sud America la Coca è il dono per eccellenza della Madre Terra (Pachamama); di conseguenza, dunque, una pianta da venerare. Il rito si compie nelle grandi occasioni gettando al vento alcune foglie sacre, oppure regalandole in circostanze quali i matrimoni, le nascite o i funerali. Lo scambio, per meglio simboleggiare l’unione fra le genti, è fatto a mano. Gli indios considerano questa foglia sacra; sacra in un profondo senso religioso che noi non possiamo né vogliamo capire. Noi possiamo considerarlo anche infantile ma, per loro, è sacra nel senso più pragmatico della parola: perché la guarigione è sacra! Tramite la Coca ci si incontra nei momenti più importanti della vita, attraverso questa foglia si rispettano gli altri e il mondo che ci circonda. L’effetto della guarigione va oltre l’aspetto sociale e comprende anche il regolamento delle funzioni del corpo nel difficile clima delle Ande. Masticare la foglia di Coca aiuta a far scorrere il sangue più velocemente ed il corpo può rispondere più efficacemente alla scarsità di ossigeno; anche la necessità di cibo si attenua. In zone così aride, dove per spostarsi da un luogo all’altro è necessario camminare per giorni, la foglia di Coca diviene più preziosa di qualsiasi altra cosa perché garantisce un valore non svalutabile: la sopravvivenza! I viandanti dei sentieri di montagna, quando incontrano gli altari o raggiungono i valichi più alti, lasciano alcune foglie chiedendo protezione per il viaggio. Così discretamente, fino all’arrivo dei bianchi, la Coca è stata sempre presente nella vita dei popoli delle Ande. Storia “Erano brutti e di cattive maniere; le guance di tutti erano zeppe di spezie che, come pecore, ruminavano in continuazione; quasi non potevano parlare. Tutti portavano due sacche a tracolla: una piena di spezie e l’altra di una polvere bianca come il gesso”. Amerigo Vespucci, in questa lettera del 1504, descrive la costa nord del Sud America. In questo, che è il più antico documento sulla Coca, già è chiara la direttiva che Europa e Stati Uniti prenderanno sulla foglia delle Ande. Nel 1551, al primo raduno della Chiesa in Sud America svoltosi nella capitale del Perù, Diego De Robles affermò che la Coca era stata inventata dal Diavolo per distruggere i popoli indigeni. Anche il Re di Spagna, poco tempo dopo, espresse la sua opinione a conferma delle responsabilità del Diavolo. Frate Antonio de Zuinga consigliò al Re, quindi, di distruggere tutte le piantagioni e di vendere tutti gli indigeni che le coltivavano come schiavi. Fortunatamente, i già forti interessi economici che ne derivavano, e che arricchivano tanto il Re che la stessa Chiesa, salvarono sia la libertà degli indios che la foglia del Diavolo. I capi bianchi del Sud America, nei seguenti secoli, hanno continuato simultaneamente a trafficare con la Coca e a disprezzare gli indigeni che la masticavano. Cocaina: pretesto per l’attacco finale alla Coca Questa situazione si interruppe improvvisamente nel 1859 quando, per la prima volta, dalla foglia di Coca è stato estratto l’alcaloide Cocaina. Questo prodotto, che a parere degli Indio trasforma un ciuco in un supersonico, trovò immediata accoglienza nei salotti della borghesia. La totale ignoranza sulla miracolosa sostanza aprì la strada ad innumerevoli casi di abuso e, da ogni dove, cominciarono ad arrivare le storie più inverosimili. Gli indios usano la Coca per integrarsi nella loro società, i cittadini della civiltà occidentale usano la Cocaina per appagare la loro alienazione. Naturalmente è bello sentirsi appagati ma poi, però, quando si deve scendere dal “treno”, è molto brutto! Si vorrebbe vivere sempre così: da re! come Sigmund Freud che, grazie alla Cocaina, da modesto studioso si trasformò nel più eloquente dei disquisitori; tanto che, riferendosi alla Cocaina, era solito dire: “è un miracolo di medicina!”. Però, quando il Presidente dell’Ordine dei Medici tedeschi (Ehrlmeyer) lo accusò pubblicamente di elogiare la sostanza considerata la terza piaga dell’umanità; Freud, sciaguratamente, non seppe trovare il coraggio per difendere la sostanza che gli aveva dato tanta estasi. Il tradimento di Freud ebbe come conseguenza l’immediata interruzione della ricerca scientifica sulla Cocaina, e i suoi denigratori furono liberi di sbizzarrirsi come crebbero. Il picco più alto, in questo ambito denigratorio, fu toccato con il libro “Fantastica” di Louis Lewin (1924). In questo libro, Bibbia dei nemici della droga, si afferma che l’uso costante della cocaina arreca gravissimi danni del tutto simili a quelli degli oppiacei: perenne stato di debolezza; cambiamento di attitudine; apatia e totale disinteresse alle cose serie; invecchiamento precoce; stato perenne di allucinazione con la sola fissazione della droga. Il libro fu accolto con particolare attenzione e soddisfazione dai medici del Sud America. Il più rappresentativo di loro: il dott. Carlos G. Noriega affermò: “L’uso della foglia di Coca, l’analfabetismo e l’ostile attitudine nei confronti della superiore cultura occidentale sono connesse l’una all’altra”. Basandosi su queste opinioni una commissione delle NU arrivò a Lima (Perù), nel 1949, per studiare la Coca. Il presidente di detta commissione, il dott. Howard B. Fonda, Director of the American Association of the Pharmaceutics Industries, appena sceso dall’aereo dichiarò: “La Coca è decisamente dannosa ed è la ragione della degenerazione razziale fra gli indigeni sudamericani. Le ricerche della nostra commissione confermeranno queste supposizioni”. Le NU contro la Coca Il seguito lo conoscono tutti: nel 1961, con la Single Convention, le NU stabiliscono che la Coca è la droga più pericolosa del mondo ed obbligarono i paesi produttori a distruggere tutte le piantagioni nell’arco di 25 anni. Con un rigidissimo controllo, affidato in esclusiva alle compagnie farmaceutiche americane ed europee, furono regolate l’industrializzazione e la commercializzazione. La foglia di Coca sembrava davvero dannata! Del resto, come avrebbero potuto la Bolivia, la Columbia o il Perù resistere al diktat delle potenti NU? Senza dimenticare che, dalla conquista dell’America in poi, questi paesi sono stati governati da bianchi privi di qualsiasi rispetto o attenzione per le esigenze dei nativi. Governi che, da sempre, soffrono di complessi d’inferiorità; prima nei confronti della cultura europea e poi di quella nordamericana. Governi “fantoccio” che hanno regolamentato la vita delle Ande con i principi con cui sono regolate le metropoli occidentali. Un vero e proprio ritorno al medioevo, quando, per imporre la cultura della medicina moderna, si bruciavano le streghe che usavano le piante medicinali. Ora, a bruciare, è quella che gli scienziati tedeschi chiamano: “la medicina naturale dei popoli”, ovvero la foglia di Coca. Tuttavia, il mondo occidentale che si illude di sapere come distruggere e sfruttare la natura, non ha tenuto conto di una cosa: Mamma Coca! La Madre che Salva Con la Single Convention cominciò lo sterminio della Coca e degli Indios. Per gli Stati Uniti, questo trattato delle NU, rappresentò l’occasione più ghiotta per l’ennesima dimostrazione di forza. Peru e Columbia, paesi andini per eccellenza e di più radicata cultura nazionale, non si prestarono all’ingerenza americana; interferire in Bolivia, un paese dove la storia politica è solo caratterizzata dai colpi di stato, fu molto più facile. Così, dal 1986 (l’anno che l’esercito degli USA si è insediato nelle valli tropicali della Coca ed, in particolare, nella provincia di Cochabamba), i cocaleros (contadini produttori di foglia di Coca) sono diventati gli obbiettivi dei marines. Fino al 1985 i cocaleros avevano sempre diversificato la produzione dei loro prodotti ma, da quella data, costretti dalla politica economica del governo boliviano che aveva liberalizzato il mercato delle importazioni agricole, hanno dovuto basare la loro produzione esclusivamente sulla Coca. Di fatto, favorendo l’importazione di prodotti come il granoturco e il riso, si è lasciato ai contadini delle Ande un solo prodotto commerciale: la foglia di Coca. Il monopolio delle compagnie farmaceutiche che industrializzano e commercializzano la Sacrafoglia è considerato dagli indios la più grave violazione dei loro diritti civili. Grazie a questo trattato dappoco ci troviamo oggi in una posizione dove: da una parte troviamo gli indigeni con la loro storia e che si identificano nella Nazione Originale, e dall’altra le NU. Evo Morales, Presidente della Bolivia ed ex Presidente del Consiglio delle Ande che rappresenta tutti i contadini produttori di Coca, è chiamato dai cocaleros: “Il Liberatore degli Indio”. Quando nel 1994 è stato arrestato, con la speranza che con lui si sarebbe fermato l’intero movimento, la gente indigena ha manifestato fino al Messico. Nel 1995, quando si sono svolte le elezioni comunali, i candidati di Evo Morales si sono affermati con oltre il 90% delle preferenze. Oggi, la mobilitazione dei Cocaleros, va di pari passo alla rivoluzione sociale sulla foglia di Coca. Dalla conquista del continente americano, nel 1532, i bianchi hanno sempre disprezzato la Coca e gli indigeni che la usano ma, questa grande caccia internazionale alle streghe, ha prodotto l’effetto opposto a quello desiderato. Infatti, i popoli delle Ande e senza distinzione fra bianchi e indios, oggi si ritrovano tutti uniti intorno alla foglia simbolo delle Ande. Tanto che, se vi capitasse di presenziare ad un Consiglio Comunale a La Paz (ma la capitale della Bolivia è solo uno dei tanti esempi possibili), sareste costretti a notare che tutti gli Assessori, Sindaco in testa, sono pressoché nascosti dal mucchio delle foglie che masticano durante i lavori. L’unico risultato ottenuto dall’occidente con la guerrra alla droga è stato che, per la prima volta nella loro storia, anche questi paesi hanno manifestato sentimenti di nazionalismo; un nazionalismo che si esprime nel rispetto della foglia di Coca. Pensate a come viene trattato, nelle dogane occidentali, un qualsiasi cittadino proveniente da un paese andino, allora potrete capire atteggiamenti come quello dell’ex Presidente peruviano Fujimori che, nel 1995, ha ufficialmente proclamato la pianta di Coca “Eredità Nazionale”. Pace alla droga come unica alternativa In Europa qualcuno comincia a capire l’idiozia della guerra alla droga. In Olanda l’uso delle droghe leggere è tollerato per decreto mentre con eroina e cocaina non sanno bene cosa fare, anche se, stando all’immaginazione nazionale, i consumatori non condividono queste indecisioni. Questo problema di salute, che lacera l’intero mondo occidentale, potrebbe essere facilmente risolto se solo ci si rivolgesse a chi, in materia, ha migliaia di anni di esperienza: gli indios. E’ arrivato il tempo di riprendere il dibattito interrotto con Freud, ma ricominciando dalla saggezza e dalla cultura andina. Adoperiamoci affinchè quel futuro, in cui gli indios potranno coltivare e vendere le loro foglie, non sia più così lontano. Rispettare loro e la loro pianta può solo far tornaconto; pensate ai dottori peruviani e boliviani che curano i fumatori di “pasta di Coca” sostituendola con la foglia che non da dipendenza. Anche la cocaina, come tutte le droghe, si usa per alterare il nostro stato di consapevolezza. L’alcool, per esempio, rende inconsapevoli al mondo esterno e ci fa sparlare. Con la coca spariscono le inibizioni ma, invece di dimenticarci chi siamo, passiamo ad uno stato di superconsapevolezza: diveniamo perfetti! Queste esperienze psichiche, naturalmente, hanno un grande fascino; in particolare sulle popolazioni frustrate delle metropoli occidentali. Vietare quest’esperienza è servito solamente a rafforzare l’illusione della polvere liberatrice dall’oppressione dell’autorità. Ma, ormai, anche per gli andini, la Coca è diventata un peso. Secondo Valentin Mejillones, noto dottore della medicina tradizionale della Tiawanaha, la Coca esisterà fino a quando gli indios subiranno la fame, il disprezzo, i maltrattamenti, la miseria e lo sfruttamento. Quando tutto questo finirà, allora, la Coca tornerà alla religione; cessando di essere il simbolo e la bandiera della resistenza contro lo sfruttamento e la colonizzazione delle Ande. I paesi occidentali devono ripensare questa politica troppo egocentrica, imparando a porsi con rispetto ed attenzione nei confronti della cultura indigena andina. Solo in questo modo otterremo l’indulgenza della Sacrafoglia degli Incas, non solo per i sempre più che ne sniffano troppa, ma anche per la nostra “civilizzazione” che onora se stessa avvalorando la sopraffazione e la sottomissione della gente e delle nazioni. Di Frans & Adrian Bronkhorst Traduzione dall’olandese di Ivan Meacci

Cinque fratelli ed una sorella

YUPIK ESKIMO Cinque fratelli ed una sorella più giovane sono al centro di questa storia alla quale, come avviene tradizionalmente, è stato dato un titolo informale (le leggende – quilirat - non hanno titolo). Questo è il classico gruppo-famiglia autosufficiente, dove i fratelli cacciano e la sorella si dà da fare con la cacciagione. Il loro ignorare l’esistenza degli altri non li rende presuntuosi dei successi ottenuti e fa del gruppo un modello di moralità ideale. Quando il fratellino si perde vengono aiutati da un mal combinato uomo e da sua nonna che vivono nel grande villaggio dove è stato portato il bambino. Il nipote è il modello da seguire perché incarna il potere e la pazienza, la mansuetudine e il desiderio di vendetta. Per quanto non apertamente maltrattato il nipote è un emarginato: ha abiti ed equipaggiamenti poveri, la sua casa è ai margini del villaggio, e il posto letto vicino alla trafficata porta della qasgiq*. Le sue azioni appaiono come dirette dalla nonna (come quelle del maligno cacciatore dal padre o quelle di Uyivaangaq dalla sorella), ma anche lui sembra avere acquisito alcuni superpoteri. Per esempio, quando si mantiene lontano dalla riva con il kayak, insinuando una qualche forma di isolamento, agisce come chi vuole evitare le pericolose conseguenze che scaturiscono dal contatto fisico fra il mondo reale e quello spirituale. Il fratellino rapito, la nonna e il nipote evocano figure tradizionali delle quliraq, famose dall’Alaska alla Groenlandia: un orfano abusato da tutto il villaggio ma non da un nonno. Per questo, il nipote e la nonna, sono esplicitamente contro il villaggio ed aiutano i fratelli con i quali condividono molte qualità. Il crudele Nukalpiaq (Grande Cacciatore) è pure una figura letterale di questo speciale contesto. Tradizionalmente, infatti, una persona molto potente poteva, in certe circostanze, dominare un villaggio senza temere opposizione. Questa minaccia, nelle quliraq, è personificata da un cacciatore particolarmente crudele, da un uomo fortissimo, o da uno shamano che, alla fine, muore per mano del vendicatore. Questa vendetta è presentata come un gesto virtuoso e di giustizia. La vigliaccheria del Nukalpiaq si svela al villaggio quando ormai sopraffatto, il Grande Cacciatore cerca un tentativo di mediazione con Uyivaangaq. Poi tocca al padre, la “forza” che si nasconde dietro il Nukalpiaq, che Uyivaangaq svergogna presentandogli, con ironia, il corpo esamine del figlio. Alla fine anche il massacro del villaggio è presentato come una virtù: “Ripulirono anche il resto del villaggio…”. Ripulire è la traduzione di una parola che si riferisce all’azione di spolpare con i denti la carne che rimane attaccata alle ossa. Spolpare le ossa dimostra rispetto per la preda: implicitamente, “ripulire” il villaggio è pure un’azione virtuosa. *La tipica qasgiq dei villaggi costieri era una struttura quadrata semisotterranea sorretta da grandi travi di legno. Le travi delle quattro pareti oblique erano ricoperte di zolle e, sulla cima dove si congiungevano, c’era un lucernario fatto di budella. CINQUE FRATELLI ED UNA SORELLA PIU’ GIOVANE Vi racconterò una vecchia storia. Una storia vera che vostro padre ci raccontava sempre quando voi eravate molto piccoli, tanto piccoli. Il tempo era lungo da passare nei freddi inverni che trascorrevamo sulle montagne Ingrissareq. Can’irraq si sdraiava accanto a noi, a letto, al caldo sotto le pelli e raccontava vecchie favole. Questa storia, un fatto accaduto realmente tanto tempo fa, parla di cinque fratelli ed una sorella che abitavano sulla sponda di un fiume. Quel fiume era un grande fiume il cui lungo cammino finiva nell’oceano. I sei fratelli, dall’alto della montagna che sovrastava la loro piccola casa, potevano vedere dove il loro fiume diventava mare. I fratelli vivevano di caccia, isolati dal resto del loro villaggio. Erano dei grandi cacciatori, degli abilissimi cacciatori ma neppure loro sapevano quanto fossero davvero bravi. La solitudine in cui si erano rinchiusi gli impediva di confrontarsi e gareggiare con altri cacciatori. La loro bravura non aveva dunque confronto. Dietro la casa dei sei fratelli c’era anche un piccolo laghetto. Quel lago era la discarica della famiglia. Era in quel lago che finiva tutto l’olio di foca che veniva utilizzato e poi buttato dai cacciatori. Quello specchio d’acqua era diventato così sporco che quasi non si increspava più alla brezza del vento. Quando l’olio diventava cattivo, loro, semplicemente, strizzavano l’otre dell’olio ai pesci. Il lago era la discarica in cui finiva tutto quello di cui i 5 fratelli, indistintamente, dal più piccolo al più grande, non avevano più bisogno. La famiglia era composta da quattro fratelli e da un quinto più piccolo, e da una sorella. Mentre i fratelli più grandi si occupavano della caccia, la giovane sorella si occupava della cacciagione. Non solo. Essa si prendeva cura dei cinque fratelli in tutto e per tutto. Cuciva stivali da acqua per ognuno di loro, cuciva vestiti impermeabili per la caccia con budella di foca e realizzava dei curatissimi arillut, utili guanti senza dita di pelle di pesce. Gioventù bruciata! Oggi non c’è più nessuna donna che si occupa così premurosamente dei propri congiunti! E che cosa mai faceva il piccolo fratello? Ebbene il piccolo aveva il compito di servire a tavola i suoi fratelli e di sparecchiare una volta che il pasto fosse finito. Questo era il suo compito ed il piccolo non mancava mai di svolgerlo. E’ così che passavano i giorni della piccola comunità! E’ proprio così che trascorrevano le giornate dei sei fratelli; da soli, senza conoscere altri uomini e donne. Non mancava nulla alla famiglia. E, quando era il tempo della caccia, il cibo era tanto abbondante da bastare anche nei mesi della neve. Perché quando cacciavano i caribou, ne cacciavano davvero tanti! Oh, erano dei grandi cacciatori! Il bambino usava chiamare il fratello maggiore con un soprannome: Uyivaangaq. Era così che chiamava suo fratello! Ed, ormai, anche gli altri avevano preso l’abitudine di chiamarlo così. Un brutto giorno d’estate, il fratello bambino scomparve. I quattro maggiori lo cercarono senza sosta, in tutti gli angoli della montagna che battevano durante la caccia. Che vergogna! Tanto era il dolore e la vergogna che i quattro smisero di andare a caccia. I giorni passavano senza avere notizie del fratello bambino. I giorni passavano ed i quattro fratelli smisero di uscire anche dalla loro casa. I giorni continuavano a passare ed il dolore e la vergogna diventavano sempre più opprimenti nel cuore dei componenti della famiglia al punto che questi facevano ormai fatica addirittura ad alzarsi dai loro giacigli. Se ne stavano a letto tutto il giorno, con gli occhi chiusi. Sembrava che i quattro uomini fossero caduti in letargo. Si erano arresi! Si erano arresi al loro dolore. Avevano abbandonato le loro armi e si erano fatti travolgere dallo sgomento per la scomparsa del loro fratello bambino. Anche la sorella era addolorata. Molto addolorata… ma lei non smetteva di prendersi cura dei fratelli che le erano rimasti. Lei non si poteva permettere di cadere nel sonno del dolore. Lei doveva prendersi cura dei fratelli che le erano rimasti. L’estate era quasi finita…. E così passò anche l’autunno che annuncia il freddo dell’inverno, il grande freddo. Un giorno di quelli che preannunciava la cattiva stagione, la giovane, che continuava a vegliare sui quattro fratelli addormentati, uscì di casa. Si allontanò appena dalla casa, senza perderla mai di vista. Si allontanò appena, sempre risalendo il corso del fiume, fino a dove l’ansa si allargava rendendo l’acqua più bassa e quasi ferma. Il fiume si allargava al punto che la riva opposta non si vedeva. Il fiume sembrava toccare i piedi della montagna di fronte! La ragazza stette lì, sulla riva del fiume, guardando lo scorrere dell’acqua. Dopo poco però, vide un vecchio e sbrindellato kayak. Era una barca talmente malconcia che entrambe le punte erano rivolte verso l’alto. Un kayak davvero brutto e malconcio. Sopra il kayak c’era un uomo, un uomo malconcio anche lui. Piccolo e brutto, come la sua imbarcazione, ma dagli occhi vispi. Sarebbe potuto essere un vecchio saggio se non avesse avuto quell’aspetto così trasandato! Si, un vecchio saggio, dagli occhi furbi e profondi! Ma come remava male quell’uomo! Un colpo di pagaia e poi una lunga pausa… poi un altro… poi una lunga sosta… quasi non sembrava capace di attraccare. Ed infatti non lo fece. Si avvicinò alla riva dove si trovava la ragazza ma non fece cenno di voler scendere dal suo kayak. “Come va?” chiese l’uomo alla fanciulla che restava immobile a guardarlo “Tutto bene?” La ragazza si abbandonò ad un lungo sfogo. Raccontò della sparizione del suo fratello bambino ed infine del letargo in cui sembravano caduti i suoi fratelli. “Non so cosa sia accaduto ai miei fratelli maggiori. Si sono arresi. Non escono neppure più dalla casa, non si alzano più dal letto. E questo perché sono sopraffatti dal dolore per la scomparsa del mio fratello più piccolo. Lo hanno cercato dappertutto ma non sono riusciti a trovarlo. Sono sconvolti e non riescono più a vivere”. L’uomo dagli occhi furbi non sembrava sorpreso dalle parole della ragazza, non sembrava stupito… sembrava sapere già tutto. Restava immobile sul suo sbrindellato kayak che restava miracolosamente fermo, nonostante la corrente del fiume che continuava a scivolare verso l’oceano. “Tuo fratello è nel villaggio che si trova lassù, verso la sorgente. Questo lo so perché mi è stato riferito da mia nonna. Mia nonna voleva che venissi a riferirtelo ed eccomi qui. Il tuo giovane fratello è lassù nel villaggio verso la sorgente. Un nukalpiaq, un grande cacciatore, lo ha portato via dal vostro affetto e lo ha torturato per tutta l’estate. Lui lo tortura – diceva l’uomo immobile in mezzo alla corrente del fiume – davanti alla gente del villaggio per dimostrare la sua potenza. La sera lo mostra alla gente del villaggio che si raduna nella qasgiq. Il divertimento delle donne e degli uomini è vedere le torture che il grande cacciatore infligge al suo piccolo rapito. Lui lo fa soffrire e mostra a tutti, con orgoglio, la sua capacità di far male…di umiliare”. Il saggio dagli occhi furbi restava immobile ed aspettava di dire la cosa più importante. E la fanciulla aspettava di ascoltarla. “Quando sarà il momento di agire te lo farò sapere; quando mi sarà detto di agire tornerò per riferirtelo; a te e ai tuoi fratelli più vecchi. Loro dovranno procurarsi le armi, tutte quelle che serviranno”. Era tutto. La corrente sotto il vecchio kayak tornò ad avere la sua forza e così, senza quasi essersene accorto, l’uomo tornò ad usar male la sua pagaia. Se ne andò da dove era venuto, senza avere mai attraccato. La ragazza corse verso la casa ed una volta giunta cominciò a scuotere i fratelli dal loro torpore. “Come siete piccoli! – urlò loro per svegliarli – Vostro fratello è stato rapito la scorsa estate da un nukalpiaq che lo ha portato nel suo villaggio per torturarlo di fronte alla sua gente, così da ricordare a tutti la sua forza ed il suo disprezzo. E il suo villaggio si trova alla sorgente del fiume”. Quello che aveva pensato e temuto il più grande dei fratelli era dunque vero. Qualche tempo addietro, il fratello maggiore lo aveva detto. “E’ sempre stato così, non è certo la prima volta che quel malvagio si prende qualcuno da un altro villaggio per torturarlo; per mostrarlo alla gente mentre lo fa soffrire – disse il fratello maggiore – Lui fa così perché è crudele. E’ fatto così. Ma, quando l’uomo tornerà per avvisarci, io andrò a salvare mio fratello”. E così, senza attendere altro, rinvigoriti dalla speranza e dal pensiero della vendetta, i quattro giovani cacciatori si rimisero in piedi per prepararsi alla battaglia. Cambiarono le pelli ai loro kayak e costruirono nuove armi. Bastarono poche ore e tutto fu pronto per l’incursione nel villaggio che si trovava alla sorgente del fiume. Tutto era pronto per andare a riprendere il fratello bambino. Non tanti giorni dopo – era ancora in procinto di arrivare il grande freddo dell’inverno – ecco che torna a farsi vedere lo sbrindellato kayak. Scende dalla sorgente del fiume e, anche questa volta, si ferma la corrente sotto le pelli del suo kayak. Ancora una volta è la fanciulla ad incontrare l’uomo dagli occhi furbi; quello che darà il segnale. Non attracca ma si fa più vicino alla sponda. “Molto bene. Devi dire ai tuoi fratelli che devono venire domani. Domani mattina presto. Io sarò su quella riva del fiume, poco più lontano. Vedi? lassù, dove una sponda comincia ad allontanarsi dall’altra e comincia il pantano”. Un pantano? La cosa strana è che il villaggio non era lontanissimo dalla casa dei sei fratelli ma questi non erano mai arrivati fino alle sorgenti del fiume e non sapevano che lassù ci fosse un pantano. “Io li aspetterò lì e, nel frattempo, approfitterò per pescare con la rete”. L’uomo non aveva altro da dire e la corrente sotto le pelli del suo kayak cominciò a spingere la vecchia e malridotta imbarcazione. La ragazza, allora, cominciò a correre per avvisare i suoi fratelli. I fratelli erano a casa che aspettavano ansiosi. Lei corse da loro e raccontò l’incontro con l’uomo dagli occhi furbi. “Ma come potete dormire la notte?” disse infine la fanciulla. Restarono svegli ad ascoltare le raccomandazioni della loro sorella e, appena spuntato il sole, misero in acqua i loro kayak e risalirono la corrente fino alla grande ansa del fiume dove inizia il pantano. Non ci volle molto per raggiungere la loro guida che ammazzava il tempo pescando con la rete. Con lui proseguirono il viaggio fino a che non raggiunsero il villaggio verso la sorgente. Un enorme villaggio; così grande che i giovani non ne avevano mai visto uno uguale. Giunti a destinazione la loro guida li condusse nella sua casa. Una vecchia e malandata casa che si trovava ai margini del villaggio, lontano dalle altre case. Nessuno s’accorse del loro arrivo, era decisamente troppo presto per trovare qualcuno in giro. Entrati in casa si trovarono alla presenza di una matrona piuttosto anziana: la nonna. “Siete arrivati finalmente! avanti! sedetevi!” La vecchia nonna parlava con voce autoritaria ed i fratelli ubbidirono. “Ora aspettate che si faccia notte; allora sarà il momento giusto per andare alla qasgiq a vedere vostro fratello”. I fratelli non erano contenti di perdere ancora tempo aspettando con le mani in mano. Il loro sangue giovane era desideroso di vendetta ed invitava all’azione senza altro indugio. Ma, lo sguardo della vecchia non ammetteva repliche; e così, seppure smaniosi, si rassegnarono ad aspettare che la notte scendesse sopra al cerchio delle tende. Nessuno del villaggio andò a far visita alla nonna ed al nipote. Tutti gli abitanti si tenevano ben lontani dalla loro sgangherata casa. Così i quattro giovani rimasero nascosti da occhi indiscreti e sospetti. Il sole tramontò. Il nipote cominciò a raccontare: “Io ho visto quel che succede nella qasgiq, nella casa del grande cacciatore. In questo momento stanno cominciando il trattamento. Ascoltate bene cosa vi dice mia nonna”. E la nonna cominciò a spiegare tutto quello che il grande cacciatore stava per fare al fratello bambino. Non appena la nonna prese a descrivere le torture inflitte al piccolo, i fratelli si alzarono tutti in piedi pronti ad uscire dalla casa e dare battaglia. Senza neppure attendere che la vecchia donna avesse finito. Ma, con voce sarcastica e tagliente, la nonna spezzò l’ardore dei giovani che tornarono a sedersi. Quello era il tempo di ascoltare e non di agire. “Aspettate ancora un poco!” Tornò il silenzio. Il nipote rimaneva immobile, disinteressato a quanto accadeva nella sua casa. Lo sguardo dell’uomo era rivolto all’esterno, verso la casa del grande cacciatore. Finalmente si fece buio. “Indossate i miei abiti e andate ma ricordatevi di guardare solo dal lucernario – disse la nonna - Per primo deve salire il più vecchio dei fratelli, poi, in ordine d’anzianità, gli altri. Se non farete come vi ho detto vi scopriranno, capiranno che siete stranieri. Guardatevi, soprattutto, da quelli che sono rimasti fuori, da coloro che spingono per entrare”. I consigli della nonna erano finiti. Era dunque tempo di agire. Solo a quel punto i quattro uomini si avviarono verso la qasgiq; man mano che s’avvicinavano sentivano aumentare le risate della folla. Tanta gente era assiepata intorno alla qasgiq, al punto che non c’era più spazio per accogliere gli spettatori che mostravano interesse allo spettacolo. Tutti ridevano, ridevano di gusto. E si divertivano molto anche quelli che sbirciavano dal lucernario. Uyivaangaq trovò il modo per arrampicarsi e guardare da quella piccola finestrella. Si fece strada tra gli altri che facevano la coda per guardare. E questo era decisamente pericoloso. Avrebbe potuto farsi notare dalla gente proprio per la sua agilità. Infatti, per non essere scoperto come straniero, il giovane era stato travestito da “nonna”. Un grande cacciatore travestito da vecchia, con un abito che lo fasciava stretto. La veste era forse anche più stretta degli stivali che calzava. Il travestimento era completo. Il nukalpiaq aveva anche un bastone! Il bastone e la cuffia della vecchia nonna! Che tristezza faceva la vista di quella vecchia nonna che sbirciava aggrappata al lucernario! Infatti, sembrava proprio una nonna che aspettava di assistere alle imprese del grande cacciatore! Qualcuno, vedendo la mano della vecchia appoggiata al bordo del lucernario, disse: “Che polso grande che hai nonna!”. Finalmente riuscì a vedere quello che accadeva dentro la casa. Oh! Lì dentro! Lì dentro c’era questo… IL crudele nukalpiaq era disteso sulla panca facendo finta di dormire. Il suo posto era il posto migliore, il più riparato di tutta la casa. Proprio ai piedi del letto, davanti a lui, c’era un enorme pitale di urina stantia, pieno fino all’orlo. Proprio accanto a quell’orrido pitale c’era la scapola di una balena polare che aveva nel mezzo un buco dai bordi sagomati come denti taglienti. Denti affilati e taglienti che, solo a vederli, facevano immaginare dolorose e superficiali, brucianti ferite. Dalla parte opposta di questo “teatrino” organizzato ad arte, lontano dalla gente, c’era un vecchio uomo, comodamente seduto. Una luce viva illuminava tutta la qasgiq, segno che lo spettacolo stava per iniziare. Infatti, il vecchio uomo, dall’altra parte della stanza disse: “Figlio mio, che fai lì senza far niente, fai qualcosa di divertente”! A queste parole il nukalpiaq, lentamente, con studiata lentezza, si rizzò sulla schiena e scese dal letto. Ai piedi del letto, ai suoi piedi, appena coperto da una piccola e malridotta pelle di caribou, c’era qualcosa di vagamente umano. Un piccolo mucchietto d’ossa. Il malvagio cacciatore sfilò la coperta e lasciò alla vista della gente, che si era radunata dentro ed intorno alla casa, quella misera creatura, quel poveraccio! Su di lui non c’era più carne, era coperto da piaghe e graffi: ovunque piccole ferite, rosse, ancora ben visibili. Su di lui non c’era rimasta carne, era solo una piccola cosa nuda. Che vergogna! Il nukalpiaq prese uno straccio, lo intinse nell’urina e ci bagnò il corpo del bambino, per acuirne il dolore alle ferite. “Aaaahhhh!” Questo fu il primo suono pronunciato dal fratello bambino. La qasgiq era affollata al punto che solo l’entrata sotterranea era rimasta libera. Era solo l’inizio. Il cacciatore prese la scapola di balena polare. Il corpo del bambino entrava appena nel buco dentato. Il crudele cacciatore ce lo infilò svariate volte lasciando la testa fuori dal buco, per impedirgli di difendersi. Una volta liberato da questa dolorosa tortura il fratello bambino cominciò a parlare. E quasi urlò, al punto che anche i fratelli che erano rimasti fuori dalla casa e che non lo vedevano, udirono le sue parole. “Ah! mio Uyivaangaq, se mi vedessi ora capiresti quanto sono disgraziato! Ah! mio Uyivangaq, se mi vedessi ora!” Il piccolo certo non poteva sapere che suo fratello maggiore, questa volta, era proprio lì e stava osservando la sua miserabile condizione. Ma il carnefice non si riteneva ancora soddisfatto. Il volto scolpito in una morsa di crudeltà lo rendeva simile alla pietra. “Ma che avrai da lamentarti così tutte le volte?” disse alla sua vittima prima di riprendere nelle mani la sua arma di tortura per infliggere un nuovo ingiusto castigo. Il fratello maggiore, ancora sconvolto per quanto visto e per quanto udito – non avrebbe mai potuto immaginare tutto questo - si abbandonò alla rabbia. In un impeto di violenza ruppe addirittura il bordo del lucernario a cui era appoggiato. Fu proprio il rumore, quel crack dal lucernario, a indirizzare l’attenzione di tutti i presenti verso di lui. Lo straniero fu così scoperto. Ma la furia di Uyivaangaq, ormai, non si poteva fermare. Si alzò di scatto dalla sua posizione accovacciata e urlò verso i suoi fratelli minori: “Tutti a casa della nonna”. Quando rientrò in casa non mostrò alcun rispetto verso il vecchio abito della nonna. Si sfilò il suo travestimento con rabbia, senza nemmeno slacciarlo. Inevitabilmente l’abito si strappò. La nonna subito si risentì della poca attenzione del giovane e si lamentò vivacemente: “Vergognati! hai rovinato il mio vecchio vestito”. Il giovane neppure le diede retta e continuò ad agitarsi, rapito da una rabbia incontenibile. “Alla qasgiq” gridò e tutti i fratelli, abbandonato il travestimento, indossarono i loro vestiti e si lanciarono fuori dalla casa della nonna che, poverina, continuava a lamentarsi a causa del danno al suo vecchio vestito. E senza che nessuno si curasse di lei. A fare da guida ai quattro fratelli, ancora una volta, l’uomo dagli occhi furbi. Il gruppo si diresse alla casa del crudele cacciatore. Quando il nipote giunse in quella casa, superando la calca che si affollava all’ingresso della qasgiq, tutti ammutolirono. Lui, senza badare a quel silenzio, si accovacciò su una panca, in fondo alla stanza. Uyivaangaq che gli stava alle calcagna, sedette al suo fianco; alla stessa maniera, in ordine d’età, fecero gli altri fratelli. Il silenzio non veniva rotto da alcuno dei presenti al punto che il nukalpiaq se ne tornò a dormire, mostrando di non gradire l’attenzione che la folla aveva concesso al nipote. La gente continuava ad accalcarsi. I quattro fratelli erano armati di clave. Le avevano foggiate durante i giorni dell’attesa ed il fratello maggiore aveva insegnato ai fratelli minori come usarle. Ancora una volta, fu il vecchio padre del crudele cacciatore a dare avvio allo spettacolo di torture: “Figlio mio! ci sono degli stranieri che sono venuti fino qui per te, non vorrai deluderli? Dai, mostragli qualcosa d’eccitante, falli divertire!”. Ancora con studiata lentezza il figlio cominciò ad alzarsi. E, quando alla fine fu in piedi, con un gesto plateale, sfilò la coperta dal più giovane dei fratelli, come aveva fatto poco prima. Questa volta, Uyivaangaq si alzò di scatto dal suo posto. “Come può un bambino così piccolo soddisfare un omone tanto grosso? Come può un bambino così piccolo divertire una platea così grande? – il fratello maggiore si fece minaccioso - Fallo con me lo spettacolo e ci sarà divertimento per tutti, vedrete che gran divertimento! Aargh!” Uyivaangaq si lanciò contro il crudele cacciatore. Con la forza del suo furore riuscì ad afferrare per i fianchi il nukalpiaq, nonostante la sua corporatura fosse più esile. Il combattimento fu durissimo. L’uno si aggrappò ai vestiti dell’altro, in cerca della presa migliore. Il fratello maggiore ebbe la meglio. Visto il cattivo esito della lotta, il crudele e vigliacco cacciatore cercò di chiedere clemenza al suo avversario. “Aspetta un momento… ragioniamo! Asp…” Ma Uyivaangaq strinse ancora più forte ed improvvisamente, dalla bocca del suo ospite, sgorgò un fiotto di sangue. Uyivaangaq, come si fa in guerra, trascinò il corpo ormai esanime del suo avversario davanti al vecchio padre. “Guardalo! E pensare che ne avevi una così grande considerazione, finché è stato tuo figlio!” E lo distese sopra al padre, premendolo, come se volesse fondere i due corpi, padre e figlio insieme. Ora avevano anche loro qualcosa di cui lamentarsi! Mentre il fratello maggiore portava a compimento la vendetta nei confronti del nukalpiaq, un altro fratellino bloccò l’uscita, anche a coloro che, presagendo la furia non esaurita degli stranieri, volevano solo andarsene, cosicché nessuno potesse portare dentro le armi. “Esseri schifosi come potete abusare dei bambini!” urlava inferocito Uyivaangaq mentre, con la clava, ne stendeva un paio alla volta. La vendetta dei quattro fratelli si scatenò prima su tutti i presenti poi su quanti avevano dimostrato interesse allo spettacolo, ma che erano rimasti fuori dalla casa del crudele cacciatore. Ripulirono anche il resto del villaggio. Eh! Una volta compiuta la loro vendetta, finalmente poterono riposarsi. I quattro fratelli tornarono nella casa del nipote, dopo essersi riuniti al loro fratello bambino. Nella casa trovarono la nonna così come l’avevano lasciata. La vegliarda, infatti, continuava a lamentarsi del suo vecchio abito, quello che, sfilandoselo senza slacciarlo, il fratello maggiore aveva strappato. I fratelli sarebbero voluti rimanere molto più a lungo per mostrare la grande riconoscenza che loro provavano nei confronti di quelle due persone. Ma, alla fine, dovettero ripartire. Però, promisero che sarebbero ritornati a visitare la nonna e il nipote, ai quali si sentivano sinceramente molto grati. La nonna, prima che partissero, ordinò che il giovane fratello fosse disteso ai suoi piedi. Allora si rivolse al più giovane della famiglia di Uyivaangaq e, servendosi della sua stessa saliva, lo ristabilì nelle condizioni originali. Quale medicina avrà mai potuto compiere quel miracolo? Lei fece qualcosa, qualche strano trattamento, che fece sparire le ferite che costellavano il corpo del bambino. Un gesto che meravigliò i quattro fratelli e che non fece che accrescere la grande riconoscenza che loro provavano nei confronti della nonna e del nipote. Il giorno dopo i cinque fratelli tornarono a casa, dove si trovava ad attenderli la sorella. Quando i fratelli raccontarono quanto accaduto nel villaggio alle sorgenti del fiume la sorella provò anche lei una grande riconoscenza per quei due anziani che si trovavano nel villaggio alle sorgenti del fiume. Non molti giorni dopo, con ancora il freddo dell’inverno alle porte, i cinque fratelli tornarono a far visita al nipote e alla nonna. Quando tornarono indietro, verso la loro casa, discendendo il fiume, non tornarono da soli. Nonna e nipote erano discesi con loro. Si! Se li erano portati con loro. Perché così tanto erano riconoscenti!

lunedì 29 giugno 2009

baul of bengal









La musica folk nasce dalle popolazioni rurali e la sua crescita è spontanea. Nessuna idea o ideologia può influenzare la sua vita naturale e la sua essenza è per questo libera da sofisticazioni di qualsiasi tipo. Baul deriva dalla parola Sanskrit “vatul” che significa pazzo o contagiato dal vento. Il Baul vive una vita strana, come il vento il cui comportamento spesso sconfina nel bizzarro. I Baul anche se errabondi hanno uno stile di vita molto complesso e filosofico che rifiuta ogni forma di materialismo. Questi erranti menestrelli vanno di villaggio in villaggio cantando la gloria del signore. Non mendicano ma la loro esistenza dipende dalla carità che ricevono in cambio delle canzoni. La filosofia e le canzoni Baul non sono tradizionaliste, si ribellano sia alla rigidità dell’induismo che dell’islamismo non partecipano ai riti religiosi. I Baul possono essere induisti o mussulmani, è possibile che un Baul induista abbia un guru mussulmano o che un Baul mussulmano canti canzoni della mitologia indù o cristiana. La musica Baul è stata particolarmente influenzata dal grande poeta Rama Prased Sen che visualizzava la dea Kalì come una benevola madre; prima di lui la dea Kalì era chiamata Rana Chandi, la distruttrice, e l’uomo comune aveva difficoltà all’approccio con questa divinità. Questa nuova raffigurazione catturò l’immaginazione dei contadini. I modi semplici di Rama Prased Sen, la sua facile descrizione dell’uomo comune con le sue colpe e fobie diedero una nuova direzione alla musica Baul. Le canzoni di questo importate poeta sono ancora oggi nei repertori dei cantori Baul. Un’altra fonte di ispirazione per questi menestrelli sono i poemi del Vaishnav come il Kitran, i quali principalmente si riferiscono all’amore fra Krishna e Radha e non sono indirizzati a nessuna particolare comunità o setta. I Baul coltivano il culto del Maner Manush, la conoscenza di se stessi e dell’essere interiore. L’idea del corpo come un tempio e la volontà di raggiungere la perfezione e quindi divenire uno con Dio è l’aspetto più rilevante della loro ideologia. Ciò che è visibile “Rup” sia nell’uomo che nella donna è fatto di dolore e felicità, l’invisibile “Arup” è senza forma; la transizione dal visibile allo spirituale è l’eterna domanda del Baul. All’inizio del secolo, Rabindra Nath Tagore, con il suo senso estetico e il suo amore per la bellezza e la verità, riscoprì le canzoni Baul rendendo celebri nomi quali: Lalan Fakir, Madam Baul, Gagan Harkara e molti altri. Tagore, nel suo inimitabile modo di esprimere un concetto, aveva detto dei Baul, “La solitudine delle nostre vite ci addolora con il pensiero del vuoto ….e non risveglia i nostri sentimenti individuali l’esprimere inequivocabilmente che “Io esisto” ciò può esser detto solo quando realmente si sente la verità”; è questa la ragione per cui i Baul cantano “Ami kotai pabo tarey, amar maner manush jerey…..” (dove posso incontrare colui che è dentro di me?), oppure “Mon krishi kaj jano na, amon maner jaman roili patit, Abad karley phalto sona….! (O povere mente mia, tu non capisci il lavoro dl coltivatore, questa vita rimane incolta, se tu la coltivassi potrebbe produrre oro). L’Ektara è un tipico strumento a corda dei Baul il cui particolare suono ha lo scopo di mantenere la continuità del tono. L’Amanda Lahari (onde della felicità) o Gub Gubi è un tamburo con attaccate alla pelle due corde di budello, le altre estremità delle corde sono attaccate ad un altro piccolissimo tamburo. Il Duggi è un tamburello che si lega alla vita, quando i Baul danzano con una mano suonano l’Ektara e con l’altra il Duggi. I movimenti base della danza Baul sono simili a quelli della danza Kathak. I movimenti del corpo sono morbidi, delicati e fluidi. Il Baul è un “one man show”. Quando sentiamo una canzone Baul possiamo visualizzare il cantante in una veste color zafferano, lunghi capelli sciolti sulle spalle, pasta di sandalo sulla fronte e la mano che punta il cielo in segno di estasi, a significazione dell’essere uno con Dio. Anche le donne vestono color zafferano e si lasciano crescere lunghissimi capelli. Entrambi, uomini e donne, possono sposarsi più volte. Alle donne Baul è concesso vivere da sole ma comunemente vivono in comunità chiamate Akharas. Le donne Baul che non hanno figli prendono cura dei bambini delle Baul che ne hanno troppi, condividendo gioie e dolori come se tutti fossero parte della stessa famiglia. I Baul cominciano le loro giornate all’alba cantando e chiedendo la carità comunemente considerata come una sanzione sociale dovuta. Per la gente dei villaggi i Baul sono dei veri e propri conciliatori ai quali rivolgersi quando si ha bisogno di un consiglio spirituale o terreno. Alcuni Baul hanno patroni dai quali sono visitati quotidianamente. Questi infatti credono che i Baul ed in particolare le donne Baul, siano depositari di grandi dottrine filosofiche, il cui scopo è di scoprire la verità attraverso i misteri del corpo umano ed il rapporto sessuale fra uomo e donna. Il corpo della donna è quindi la base per la meditazione, la creazione e l’ispirazione. Le donne Baul sanno che non possono permettersi molti figli, il loro lavoro richiede mobilità. I Baul per la gente dei villaggi sono non-ufficiali mezzi di informazione, attraverso le loro canzoni parlano di integrazione nazionale, della futilità del sistema delle caste e dei riti, di valori di disciplina mentale pregando il maestro spirituale e interrogando sulla natura di Dio, poi, attraverso l’analisi metafisica del corpo umano e l’uso di metafore spirituali pongono la questione della relazione fra lo spirito e i sensi. I Baul hanno un approccio alla vita fatalistico, credono fortemente in Dio e nel destino, hanno una profonda visione della psiche umana che trasforma le loro canzoni in un miracoloso balsamo che allevia dolori e dispiaceri a chi le ascolta. Il materialismo si è infiltrato anche nella vita dei Baul, la radio e la televisione hanno reso i Baul e la loro musica popolari. A Belur Math, il quartier generale delle missioni di Rama Krishna di Calcutta, i più famosi Baul quali per esempio Purna Das Baul, si esibiscono, con l’ausilio di sofisticate e potenti apparecchiature elettroniche, di fronte a migliaia di spettatori. Nonostante questo la maggioranza dei Baul continua a vivere la stessa dura vita di privazioni che contraddistingue la scelta Baul. È una grande e meravigliosa esperienza quella che si può condividere con migliaia di altri turisti, locali e stranieri, che raggiungono Penduli o Kendu Bilama nel distretto di Birbhum nel Bengala Occidentale, che è poi il luogo di nascita del grande poeta Jaidev, l’autore del Geet Govinda, nel giorno del Makar Sankranti verso la metà di gennaio, quando si celebra il Baul Festival. Sotto il cielo aperto, i turisti passano tre memorabili notti, guardando i Baul che si bagnano ne fiume Jajoy, con la fronte segnata con la pasta di sandalo, che cantano e ballano in totale abbandono. Appassionate liriche, accorate canzoni di amore e di pace fanno del festival il simbolo della solidarietà fra gli uomini.